Gesù salva

Gesù salva
Sto incontrando gli scritti di un teologo, abbastanza noto. A livello teologico si oppone sia a correnti di pensiero, sia a certe disposizioni disciplinari, che, a suo parere e anche in parte al mio (parere che espressi anche in questi abbaini) non collimano con il recente Concilio Ecumenico.
È una posizione teologica, che – mi sembra – non ha nulla da invidiare alle “scuola concorrente” dell’antichità, del Medio Evo e del tempo anche recente. È sufficiente ricordare le scuole teologiche che si confrontarono durante tutti i Concili Ecumenici e a ridosso di essi.
La ricerca è oculata e puntita, però la domanda che mi sorge spontanea e che rivolgo a me, quando rifletto, quando parlo, quando scrivo: “Cui prodest?”. A chi serve? Se serve a illuminare, a confortare, ad accompagnare il cammino di noi poveri viandanti spirituali, spesso un po’ bolsi, allora ben venga qualsiasi teologia, altrimenti rischia di restare nell’iperuranio delle astrazioni.
Gesù non è venuto per fondare un’accademia teologica, ma per salvare le persone illuminandole e rifocillandole. Egli insegnava, quando aveva compassione delle “pecore senza pastore”, ma non per fondare scuole di pensiero astratto, filosofico. Egli parlava per salvare la gente dall’errore, non per discutere sul sesso degli angeli, sebbene l’avesse nominato.
Il “cui prodest” di Gesù era il salvare dall’errore e dall’infelicità – non i pensatori scribi accademici – ma le persone perché si orientassero nel cammino guardando la realtà di Dio, non speculando su principi, religiosi più o meno.
21.03.18

Formula e parola

Formula e parola
Fino a che tutta la mia preghiera, che si serve delle formule usuali, non passerà tutta dalla formula alla parola, mi sentirò un cembalo tintinnante, per usare una frase scritturistica.
La formula di preghiera è analoga al denaro. Se servi il denaro, ne sei schiavo; se ti servi del denaro, ne sei padrone.
Non è raro, soprattutto nelle persone di una certa età, che se non hanno recitato una preghiera, come per esempio il Rosario, crede di non aver pregato. Così avviene anche per chi è obbligato a “recitare il Divino Ufficio dei Salmi”. Un mio antico padre spirituale avvertiva che altro è soddisfare il Diritto Canonico che obbliga a quelle formule, altro è sentire di aver pregato. Ricordo ancora la barzelletta dei canonici che stavano recitando il “Breviario” in coro, come era loro obbligo. Durante la recita scoppiò un furioso temporale, e subito sospesero la recita del breviario per pregare Dio di salvarli.
Chi si è assuefatto all’aver compiuto il transito dalla formula alla parola, si sente a disagio, quando nel pregare assieme con altri sente che la formula, quasi sempre recitata in fretta, prevale sulla parola, e si perde, e, se desidera pregare, deve dissociarsi dal gruppo.
Come mai parole come “Padre”, “amore”, “salvezza”, “Gesù”, ecc. possono essere pronunciate senza il fremito del cuore, per lasciar scorrere la recita di formule?
Il Padre ci dona lo Spirito, affinché possiamo esclamare “Padre nostro”.
23.11.18

Noi chiesa, semplificazione

Noi chiesa, semplificazione
Come siamo fortunati noi, che viviamo dal secolo primo dell’era volgare! Mi torna sempre soavemente al cuore e alla mente il fatto che Gesù è la semplificazione di Dio: “Chi vede me, vede il Padre!”. Quel Dio, spesso faticosamente intravvisto dai profeti, dalle religioni (talune astruse o feroci), dalle ricerche concettuali e filosofiche, ecco apparire chiaro in Gesù, e per lui alla nostra fede.
Gesù poi inventa un’ulteriore semplificazione per noi (spesso dalla testa dura). Lui si prende un tozzo di pane e dichiara (lui Dio stesso semplificato): “Questo è il mio corpo”, cioè la mia realtà umana, implicata misteriosamente con il Logos di Dio. Poi semplifica tutte le dottrine su Dio, con quelle sue semplici “parole di vita eterna”.
Corpo e annuncio Gesù li affida a un gruppo che li protragga. “Sarò con voi sino al termine del tempo”.
Il gruppo chiesa è la semplificazione della presenza di Gesù nel tempo: la sua persona (corpo!) e la sua parola continuano “semplificati” nel tempo, grazie al perdurare della “sua” chiesa.
Chiesa non intesa in nessun modo come potere (“i grandi della terra dominano, ma non sia così di voi!”), ma come semplice conservatrice del Corpo e della Verità di Gesù. È organizzata la Chiesa solo in vista della presenza di Gesù in terra.
Purtroppo la Chiesa, poco o tanto, è anche un’organizzazione, e come tutte le organizzazioni (dalla famiglia, alla fabbrica, ai partiti, allo Stato) non sfugge alla tentazione del potere. Ma Gesù l’ha voluta per servire, non per imperare.
11.12.18

Fede vittoriosa

Fede vittoriosa
Il laico diverge dal religioso, in qualsiasi modo e in qualsiasi ambiente il religioso si manifesti. Quando il laico non solamente diverge dal religioso, ma inoltre gli si oppone, allora diventa laicismo.
Il laico di per sé non si oppone alla fede, ma, solitamente, la trascura. Può perfino accadere che il laico si affianchi al religioso, ma non riesce ancora a lasciarsi prendere dalla fede. Così incontriamo il laico esule dalla fede, e anche il religioso lontano dalla fede, se la devozione o le pratiche pie, si tengono lontane dal credere secondo le esigenze di Dio. Anche, e spesso, una vita eticamente corretta, può restare fuori dell’ambito della fede.
Il religioso e il laico possono essere assunti nella fede; soprattutto se le loro opere sono morali, S. Giacomo dice che dalle opere egli può desumere la presenza della fede.
Il laicismo combatte la religione e pretende di combattere la fede. È la sua una lotta, basata su una pretesa illusoria, che per lui diventa una quasi fede.
La fede per essere combattuta seriamente, deve avere di fronte un nemico che vanti armi pari. Perciò la sicurezza della Scrittura che dice che la “fede vince il mondo”.
L’arma sicura della fede è lo Spirito Santo. Il laicismo non è fornito di tale arma, poiché la rifiuta da principio. Fionda nel laicismo, energia atomica nella fede. Le armi impari rendono la fede serena e gioiosa, il laicismo arrabbiato e persecutorio in tutta la storia. Martiri e persecutori.
10.04.18

Regalo natalizio

Regalo natalizio
Più di qualche persona ha voluto dimostrarmi il suo “affetto natalizio” attraverso alcuni doni, intellettivi e gastronomici.
Io mi sono venuto ad accorgermi di un dono, che mi è stato regalato da una persona che mi vuole più bene di tutti gli altri.
È vero che ci sono tanti regali che mi aiutano a passare serenamente il periodo natalizio. Per esempio, ho potuto usufruire di acqua, luce e gas; perciò ho pregato con riconoscenza per le Aziende Municipalizzate e per gli operatori in esse. Però…
Però quell’altro, che mi ama, ha deciso di regalarmi tutto il possibile, addirittura “se stesso”. Per arrivare a me, povera creatura amata, si è fatto piccolo piccolo, addirittura si è trasformato in un boccone di pane e in un sorso di vino, pur di sentirsi abbracciato da me (perché anche lui vuole il mio affetto: addirittura crea in me un grande immenso affetto, per poterglielo donare, un affetto così grande che si chiama Spirito Santo).
E poi mi ha parlato, perché comprendessi, almeno un po’, il suo amore. Mi ha detto che mi ha pensato da sempre, includendomi in quella vita che era fin dal principio e per mezzo della quale ha creato il mondo, dentro il quale come formichina c’ero anch’io. Mi ha assicurato e del suo amore e del mio essere diventato suo figlio.
Non poteva dirmi cose più affettuose di queste. E così il mio Natale è stato pieno, non di regali, ma del dono dell’immenso Padre.
27.12.18

Gesù esempio

Gesù esempio
Gesù per ficcare bene in mente la verità attraverso l’emozione, spesso si lascia andare a enfasi.
Per indicare il suo contatto intimo con le persone, dice una frase cannibalesca: chi mangia me.
Per indicare di evitare la vendetta (anche giuridica) dell’”occhio per occhio” indica di ripresentare la faccia, quando si è schiaffeggiati.
Per indicare il trattenersi dal seguire impulsi negativi o peccaminosi, indica di cavarsi un occhio, o di mozzarsi una mano.
L’enfasi è spesso presente nei discorsi di Gesù, affinché l’ascoltatore si stampi bene in mente e nella vita il suo nuovo insegnamento.
Evidentemente dove scopriamo un’enfasi non si può prendere alla lettera ciò che viene detto, ma sentirne il valore sottostante. Altrimenti si legge nella storia di quel noto autore cristiano dell’antichità, il quale si castrò di santa ragione per essere un “eunuco per il regno dei cieli”.
Gesù era abituato a riflettere prima di reagire anche agli schiaffi dei suoi aguzzini. Schiaffeggiato, Gesù si rivolse con padronanza: “Se ho detto male, dimostratemelo; se ho detto bene, perché mi schiaffeggi?”. Non ha presentato l’altra guancia. Si resta meravigliati davanti alla sua reazione, dopo essere stato offeso e umiliato.
Le parole di Gesù, anche enfatiche, devono essere confrontate con la vita di Gesù, affinché siano comprese nel loro valore.
In nessun caso si possono astrarre dalla sua vita le sue parole. Gli eretici questo non l’hanno fatto.
19.06.17

Beati i perseguitati

Beati i perseguitati
Gesù ci assicura la beatitudine nell’esser perseguitati a causa della giustizia. Noi possiamo essere annoverati tra coloro che sono perseguitati a causa della giustizia?
Ricordo che, quando parlavo alla televisione con una persona, interessata alle confederazioni sindacali, applicò immediatamente la beatitudine alla classe operaia, privata dei suoi diritti.
È solo questa la persecuzione?
Vi è una giustizia, che si identifica con il “solo” giusto: Dio affermato. Poi la giustizia anche di una vita corretta. Non è raro vedere quanti giusti sono perseguitati.
L’operaio fedele al proprio lavoro, che è canzonato dai colleghi furbi, l’impiegato puntuale, il negoziante onesto. Può accadere anche in una scuola che il professore onesto sia “invidiato” dai colleghi. L’invidia o prima o poi diventa critica, denigrazione, e perciò persecuzione.
Anche nelle associazioni “pie”, la persona corretta è spesso invidiata e ostacolata, combattuta.
Anche nei conventi accade, non raramente, che la persona che cammina retta per la sua strada sia invidiata, criticata, denigrata anche in modo violento, o con il sorrisino demolitore. La persona cammina retta, diritta, ossia semplicemente con giusta direzione. E sente piovere critiche, riprensioni, sgridate, su di sé. Ebbene nelle comunità religiose può accadere, e non ci sono casi rari, che una persona dotata – e perciò invidiata e denigrata – viva la beatitudine dell’essere perseguitata per amore della giustizia. Gesù è con lei.
26.04.18

In Gesù vediamo Dio

In Gesù vediamo Dio
Nel Vangelo di Giovanni spicca l’insistenza di Gesù, nell’affermare la sua profonda, vitale, essenziale relazione di convita con il Padre. Dal Padre egli tutto riceve, e tutto egli dona ai suoi, in modo particolare tramite l’Eucarestia.
Questo Gesù, che, mostrando se stesso, mostra il Padre, è semplicemente uomo, e in quanto uomo assunto nel e dal Verbo. Non è corretto, nel pensare a Gesù, nascondere l’uomo per far esaltare Dio. Gesù è uomo, con tutte le possibilità, le esigenze spirituali e fisiche, e i limiti dell’uomo. Nulla di umano gli è estraneo: questo ci rasserena, quando ogni giorno ci imbattiamo nei nostri limiti, ed essi crescenti nel crescere dell’età.
Eppure di questa semplice umanità di Gesù, Dio si serve per esprimere il miracolo, la sapienza rivelatrice, la sofferenza e la morte, che unita alla risurrezione si fa redentrice.
Come Dio interviene nel mondo; e perché? lo conosce solo Lui. Però quando il Padre opera in Gesù, con Gesù, attraverso Gesù, allora noi possiamo leggere nel corpo e nelle parole di Gesù, la modalità dell’intervento di Dio nel mondo degli uomini.
Il Vangelo, narrando di Gesù sia come attore che come annunciatore, permette di conoscere perfino qualche cosa di “come” agisce Dio, quel “come” che tuttavia rimane un mistero nella sua modalità (chi conosce Dio? Solo il Figlio!) e nella sua creatività.
25.04.18

Amore e dominio

Amore e dominio
Dio ha creato il mondo e l’uomo in relazione. Relazione tra gli enti (Einstein), e anche tra le persone e le “cose” (esigenza di respirare l’aria). Le due relazioni tra le persone razionale sono due: uomo e Dio, uomo e uomini.
Queste relazioni si attivano secondo due poli attivi e antitetici, che preferisco nominare: amore, dominio. In essi si collocano enormi variazioni. E diverse intensità.
Questa intuizione mi è apparsa plausibile, osservando il comportamento delle persone, e, forse, la stessa Bibbia: le due esposizioni sono: Amore (Nuovo Testamento) Potenza (Antico Testamento), esposizioni indicate unite nel “Padre Onnipotente”. Mi sovviene l’intuizione della “coincidentia oppositorum” attribuita a Dio, nel periodo dell’Umanesimo.
Ogni persona possiede le due condizioni di amore e di dominio, e propende maggiormente verso l’uno o verso l’altro. Mi sembra d’aver scoperto che il dominio prevale dove c’è poco amore, anche senza indicare gli estremi dell’uxoricidio o dell’infanticidio (gli aborti sono attuati dove la paura o l’egoismo prevalgono sull’amore). L’uccisione è l’estrema dimostrazione del dominio sull’altro. Anche una semplice critica negativa è presunzione di superiorità ossia di dominio.
Nella vita sociale la manifestazione è patente: democrazia o assolutismo. Anche le leggi sono o punitive o promozionali.
Gesù è venuto per amare e per promuovere l’amore, anche verso i nemici (coloro che vogliono dominarci). Egli lascia a noi la selta tra la vita e la morte, come fece anche il suo omonimo, Giosuè.
06.04.18

I precetti di Dio

I precetti di Dio
Aggrapparsi ai valori o ai “precetti”? a ciò che l’uomo (ognuno) stima valido, oppure a ciò che Dio “comanda” come vero?
Serve avere a portata di mano un fantomatico mondo dei valori, che ogni persona forgia a modo proprio? Per il ladro non è valore il non rubare, ma la scaltrezza di non farsi pizzicare. Fa comodo, ma alla fine non genera felicità, ma soltanto un genere di autocompiacimento.
Poi interviene Dio, il totalmente buono, perché si identifica con l’Amore. Da questo Amore sgorgano le esigenze d’Amore, che arrivano a noi come comandamenti. Ossia indicazioni precise per non perdere l’Amore, per rimanere in esso. Le esigenze dell’Amore sono perfette, e lo Spirito di Dio affina la nostra sensibilità perché siamo in grado di distinguere tra le esigenze dell’Amore di Dio e i comandi degli uomini. Il massimo che gli uomini possano indicarci di positivo, è il mondo dei valori: ce lo indicano, sì e no data la società non del tutto innocente, e poi ti dicono: “Adesso ti arrangi!”. Dio mi presenta il suo Amore nella persona concreta di Gesù. Poi non dice “Ti arrangi”, ma ci imprime la forza dello Spirito Santo, non solo per “seguire” Gesù, sebbene per vivere di Lui, Amore e Energia di Dio!
L’uomo nel suo “mondo dei valori” ci mette dentro tutto, virtù e difetti, passioni e piaceri, cioè quanto gli è comodo. Dio nel suo Cristo include l’Amore, la purezza, la beatitudine.
31.03.18