Regno di Dio

Regno di Dio
Nonostante il parere di qualcuno, la Chiesa (“la mia chiesa”: dice Gesù a Pietro) non può identificarsi con il Regno di Dio. La identificazione ha prodotto guai numerosi nel pensiero e nella pratica. Noi, chiesa, facciamo gioiosamente parte del Regno, serviamo al Regno, ma il Regno di Dio resta solo Dio al quale ci rivolgiamo: “Venga il tuo regno”. Riconosciamo la divina Paternità di Dio (“sia santificata la tua Persona”: ossia il Padre è Dio, e questo è a base della nostra felicità).
La Chiesa (noi chiesa!) ha il compito di propugnare il Regno, di introdurre in esso. Una missione magnifica questo servizio per il Regno di Dio , che accoglie tutti: “Oggi sarai con me nel Paradiso”: così Gesù rassicura quel povero disgraziato, che sta morendo insieme con lui.
Noi siamo felici di essere entrati nel suo regno, attraverso le porte della chiesa. Ma non ci si può fermare sulla porta, la quale è invito a entrare.
Gloriarci di essere chiesa, non è ancora gloriarci di essere Regno. Altrimenti la grandezza del Regno, che è Dio, viene passata nel surrettizio della Chiesa.
Inoltre, nella storia, abbiamo visto che cosa può accadere di triste, quando l’apparato Chiesa si presenta come supremo dominio umano (ricordiamo la fase della chiesa gregoriana). Anche oggi infiltrazioni assolutistiche minacciano la conduzione dell’apparato ecclesiastico, che pretende di decidere dall’alto, dimenticando che tutti i fedeli in Cristo sono l’unica chiesa, e che l’unica chiesa non esaurisce il Regno di Dio.
Sarebbe opportuno rileggere in altro modo quella triplice “sezione” di chiesa: chiesa militante, chiesa purgante (!), chiesa trionfante.
19.06.18

Figli

Figli
Un caso del cosiddetto nominativo pendente lo troviamo in S. Giovanni. Però a me non interessa tanto il nominativo pendente quanto ciò che viene detto, e che pone un grosso punto interrogativo sul detto “figli adottivi di Dio”, una frase che da molto tempo mi è tornata del tutto stonata: figli adottivi.
È vero che anche nella traduzione latina del greco “uiothesia” troviamo il vocabolo “adotio” (adozione). Per il termine greco è piuttosto “costituzione di figlio” e non adozione a figlio. Una volta ho lasciato disorientato un biblista quando gli ho chiesto: “Se l’uomo è un figlio adottivo di Dio, allora Dio è un semplice padre adottivo?”.
S. Giovanni, nel prologo del suo Vangelo (I, 12) afferma: “A quanti lo accolsero diede il potere di diventare (essere?) figli di Dio, a coloro che credono nel suo nome [nome è parafrasi di Dio], i quali non da sangue né da volontà di carne [ossia umana!] né da volere d’uomo, ma da Dio sono stati generati”. Altroché adottivi: generati da Dio! Come? Oggi non lo conosciamo, lo capiremo oltre, dopo, quando rientrati nelle braccia del Padre… apprenderemo quasi per “osmosi” il nostro essere di Dio.
Da bambini, ancora incapaci di ragionare, “sentivamo” di essere figli di nostra madre, per quanto ci veniva trasmesso quando eravamo nel suo ventre, e poi nel suo amplesso. Osmosi.
Perché ci sentiamo “in esilio” quando la nostra patria [patria da padre] è nel cielo?
Non è vero che Gesù è il figlio autentico, mentre noi siamo figli spuri. Lui è semplicemente il “primogenito fra molti fratelli”: così ci assicura lo Spirito Santo nella sua Scrittura.
17.06.18

Chiesa e miracoli

Chiesa e miracoli
Chiesa, il luogo dei miracoli.
Siamo talmente abituati a vedere le opere proprie della Chiesa di Gesù, che non ci accorgiamo dell’opera miracolosa, che nella chiesa si attua.
E ciò non solo nella vita di santi ufficialmente tali, e non solo a causa dei loro interventi per guarigioni inusuali, ma per i miracoli che compiamo tutti noi e non stimiamo opportunamente.
Sappiamo che nell’Eucarestia, noi chiesa (e non solo il prete, ma ogni comunità radunata nel nome di Gesù) compiamo un impensato miracolo: pane che si trasforma nel corpo di Gesù, e il vino che si trasforma nel suo sangue! Se non è meraviglioso (=miracoloso) questo, che altra opera è un miracolo? Forse la trasformazione di una massa di marmo nella pietà di Michelangelo?
La cosiddetta “transustanziazione” non è il miracolo dei miracoli, che lo Spirito compie nel mondo attraverso la semplice opera del cristiano?
E che cos’è, se non miracolo, che nella chiesa i delitti siano assolti e cancellati, non solo davanti agli uomini, ma anche davanti a Dio? Il “confessionale” è il luogo dei miracoli.
E che cos’è, se non miracolo, che nella chiesa, composta da noi poveri uomini e povere donne, possano essere generati nuovi “figli di Dio”! Non figli di mamma e di papà (il che è un evento di per sé meraviglioso), ma autentici figli di Dio, genuini, amati da un Padre bellissimo, immenso, caro?
E le benedizioni che “costituiscono” nuove capacità? E le semplici preghiere che richiamano Dio in terra, e il fatto che io, misero, possa parlare di Dio?
23.06.18

Cibo e mistero

Cibo e mistero
Quante volte non ci siamo accorti di Gesù, bello, fresco, presente! È capitato anche agli apostoli e ai discepoli. I due di Emmaus camminano con lui, mangiano con lui, e solo alla fine lo riconoscono, poco prima della sua scomparsa. I discepoli stanno assieme e parlano della stranezza di Gesù morto e poi visto vivo da qualche donna e da qualcuno di loro.
Parlano, Gesù “stette in mezzo a loro”, ed ecco che credevano che si trattasse di un fantasma, proprio come capita ai bimbi piccoli, rimasti orfani, che talvolta credono di rivedere la mamma.
Gesù li sta rassicurando, perfino con il far toccare le sue piaghe. Il testo dice: “Per la gioia non credevano” ai loro occhi!! Che cosa fa Gesù per confermare la sua presenza? Compie uno dei soliti grandi miracoli di conferma? Macché: chiede soltanto di poter mangiare. Ritorna a un’azione consueta.
Il semplice cibarsi come conferma della straordinaria Risurrezione. Il riportare nel quotidiano l’opera di Dio, proprio per riaffermare la onnipotenza divina. È quasi una nuova incarnazione di Gesù. Lui divino nel concepimento, lui divino nella risurrezione.
Questo accadimento di “infima” fattura vince le nostre “sublimi” riflessioni teologiche e filosofiche su Dio. Un Gesù che mangia è conferma dell’opera di Dio. Forse questo è un richiamo a vedere nel quotidiano la presenza dell’eterno, nell’ovvio, la forza del prodigio, nell’umiltà la via al sublime, quella via che è Gesù, via verità vita.
16.04.18

Riconoscneti con gioia

Riconoscenti con gioia
Sappiamo che il Vangelo, o tutta la Scrittura, non sono libri scritti per l’informazione o per la storia, ma essi sono un dono prezioso per la vita, per vivere. Anche in questo caso, non sono una semplice medicina, ma… un medico, ossia una persona che si cura di noi, oltre che curare noi.
La Scrittura è un soccorso del Padre, per superare la nostra cecità, e per appoggiarci nel nostro cammino verso di lui.
Consegue che il Vangelo ci viene donato perché un regalo di amore del Padre.
Regalo!
Solitamente a un bambino piccolo che riceve una caramella, i genitori ben costumati chiedono al bambino: “Come si dice?” per suscitare in lui un senso di riconoscenza. E il bambino, mentre è intento a scartare la caramella dice: “Grazie” senza riflettere.
Grazie è la risposta educata, quando si riceve un dono o un’attenzione cortese. Da adulti il grazie spesso esce dal cuore, che riconosce il beneficio.
Ora mi chiedo: quando Dio esprime la sua parola, e spesso il mistero arcano della propria vita, noi gli siamo riconoscenti?
Ossia: leggiamo e ascoltiamo il Vangelo con riconoscenza, con il cuore commosso per aver ricevuto un tesoro incalcolabile, infinito, come naturalmente sono i regali fatti da un Infinito?
Quel “Rendiamo grazie a Dio” da me ripetuto in ogni messa, rimane una semplice formula di rito, oppure sta diventando un movimento del cuore?
11.06.18

Gioia inusitata,reale

Gioia inusitata, reale
Il vivere ci dona gioia. Il vivere, pensando, amando, divertendoci, mangiando, dormendo, lavorando. Nulla può pagare la gioia del dono della vita, nell’età e nelle condizioni, nelle quali, per dono di Dio e per l’affetto di chi ci è vicino, noi ci troviamo.
Inoltre, almeno talvolta, sperimentiamo una gioia maggiore, quando ci scopriamo di essere figli di Dio, compartecipi della vita di Gesù.
Quelle rare volte che accogliamo lo stimolo dello Spirito Santo, che ci persuade di fermarci un po’ per cogliere il nostro essere tuffati nel Padre, e il suo penetrare in noi (come? Lo sa lui, e questo è tutto!), allora sentiamo come un distenderci nella vita in una situazione indicibile, commovente, tranquillizzante. Cogliamo la nostra realtà di essere figli di Dio, fratelli di Gesù, come ci assicura la fede.
Sentiamo che ogni nostra azione, ogni nostro respiro cambiano colore e suono. Non si sa come, ma si sa che avviene. La fede nella persona di Gesù, presente nel Padre, nel Vangelo, nell’Eucarestia, ci ha preparato a questa gioia. Solo la fede in Lui. Non la fede in noi, nelle nostre capacità di sentire o di pregare. La fede, che può perfino iniziarsi con uno sforzo, ma che, o prima o poi, ci fa volare. Una fede in ogni azione dello Spirito di Dio in noi, quasi a cominciare dal nostro chiedere misericordia. Misericordia sia per le mancanze e per i peccati, dei quali siamo consapevoli, sia per le innumerevoli storture egoistiche, che lentamente, giorno per giorno, stiamo scoprendo. Ormai siamo così vicini a Dio che il nostro peccato non ci umilia, ma ci colma di riconoscenza al Padre, il quale, appena gli abbiamo confidato le nostre storture, ci abbraccia nella gioia! Gioia di vivere Dio!
04.04.18

Cacciata e opportunità

Cacciata e opportunità
Gli Atti degli Apostoli, che sono sempre parola di Dio a conforto dei credenti, narrano la dispersione dei credenti in Gesù, dopo l’assassinio di Stefano.
Sottolineano un effetto buono dentro una situazione molto incresciosa. I primi cristiani scappavano anche dalla perfidia persecutrice di Saulo. Questi era un persecutore dei figli di Dio credenti in Gesù, spinto dal proprio ardore religioso. Quanti danni in nome di una religione fondamentalistica!
Questi cristiani scappati diffondevano il messaggio di Gesù, accogliendo l’occasione offerta da una situazione inedita, o almeno non consueta.
Oggi si direbbe che non tutti i mali vengono per nuocere. Quei credenti erano scappati da Gerusalemme, il centro della religiosità, quindi un centro riconosciuto e frequentato di spiritualità. Però la vera spiritualità la portavano con se stessi. Il luogo forzosamente abbandonato non li privava della fede, dell’opportunità di vivere Gesù, parola e presenza.
L’essere cacciati non li privava di Gesù. Anzi aumentava in loro quella presenza di Gesù, che si solidifica durante l’annuncio. In ogni luogo ci incontriamo con Dio e in una nuova opportunità di vivere il suo amore.
Dopo la dispersione degli Ebrei antichi, con la distruzione di Gerusalemme, essi erano stati invitati dal profeta a vivere l’esilio come una opportunità per aiutare il popolo in cui erano dispersi. I primi cristiani ebrei ebbero la stessa opportunità: però il loro ritorno non era Gerusalemme, ma l’entrata nella Gloria di Gesù.
18.04.18

Gli alleati alla vita di Dio

Gli alleati alla vita di Dio
Riflettendo sulla vita, dono di Dio e sua volontà, ci siamo imbattuti sui nemici della vita e, perciò, di Dio.
Oggi completiamo la nostra obbedienza a Dio, nel vivere la vita, ricordando gli alleati a produrre e a mantenere la vita. Se Dio è il Dio della vita, ogni anche piccolo apporto alla vita, al suo sviluppo, al suo mantenimento, è “allearsi” con la “volontà di Dio.
I genitori, consciamente o inavvertitamente sono alleati con il Dio della vita. In qualsiasi circostanza o modo essi producano vita, Dio li sente propri alleati primari. Procreare perché ubriachi, per placare la concupiscenza, per qualsiasi altro motivo, se ne esce una persona vivente, che è gloria di Dio, è un “fare la volontà di Dio”.
Ai genitori si unisce una schiera di angeli di Dio in carne ed ossa.
Infermieri e medici combattono per la vita, ossia con Dio. Farmacisti, naturopati, e un’innumerevole schiera che aiuta la vita e il benessere fisico delle persone sono alleati del Dio della vita. Insegnanti, docenti, scrittori, editori, sono alleati.
Il meccanico aiuta il vivere, il fornaio, il contadino, l’esercente, e ogni professione e mestiere. Lo fanno il mestiere anche per guadagnare e quindi per provvedere alla propria vita, e intanto favoriscono la vita degli altri.
Io immagino spesso un ciabattino, che mentre lavora dice: “Sono felice di collaborare con la vita di Dio!”.
Però c’è un momento speciale, nel quale l’uomo per collaborare con la vita di Dio e negli uomini, si unisce ad altri per “creare” la vita eucaristica: Gesù.
26.06.18

Fede vittoriosa

Fede vittoriosa
Il laico diverge dal religioso, in qualsiasi modo e in qualsiasi ambiente il religioso si manifesti. Quando il laico non solamente diverge dal religioso, ma inoltre gli si oppone diventa laicista.
Il laico di per sé non si oppone alla fede, ma, solitamente, la trascura. Può perfino accadere che il laico si affianchi al religioso, ma non riesce ancora a lasciarsi prendere dalla fede. Così incontriamo il laico esule dalla fede, e anche il religioso lontano dalla fede, se la devozione o le pratiche pie, si tengono lontane dal credere secondo le esigenze di Dio. Anche, e spesso, una vita eticamente corretta, può restare fuori dell’ambito della fede.
Il religioso e il laico possono essere assunti nella fede, soprattutto se le loro opere sono morali, S. Giacomo dice che dalle opere egli può desumere la presenza della fede.
Il laicista combatte la religione e pretende di combattere la fede. È la sua una lotta, basata su una pretesa illusoria.
La fede per essere combattuta seriamente, deve avere di fronte un nemico che vanti armi pari. Perciò ecco la sicurezza della Scrittura che dice che la “fede vince il mondo”.
L’arma sicura della fede è lo Spirito Santo. Il laicista non è fornito di tale arma, poiché la rifiuta per principio. Fionda per il laicista, energia atomica per il redente. Le armi impari rendono il credente sereno e gioioso, il laicista arrabbiato e persecutorio in tutta la storia. Martiri e persecutori.
10.04.18

Parola che commuove

Parola che commuove
Quando ci parla una persona che ci è cara, dentro di noi si accendono dei sentimenti diversi: il piacere che “quella” persona si rivolga a noi, la riconoscenza perché proprio “lei” si interessa di noi, il suono della sua voce e il tono del suo accento sono pieni di significato per noi, quanto dice ci è prezioso perché indica il suo interesse per noi, e le sue parole sono la sua esperienza che ci è donata, perché parla “con cuore”… E quando Dio mi parla, provo di me un dolce agitarsi di tutti questi sentimenti… e di più, perché sì egli è una persona cara che mi vuol bene, ma di un “sentimento paterno” infinito!
Ma io, nella Scrittura, udita o letta, ravviso tanto amore? La Parola del mio caro Dio, sento che è la sua amorevole attenzione rivolta proprio a me, e per me confezionata e preparata tanti secoli or sono? Paolo mi ricorda che fin dal principio Dio mi ha pensato.
Dio si esprime, a noi arriva la sua parola, e noi in essa catturiamo l’amore di nostro Padre.
E poi la parola del Padre si fa anche Eucarestia, per incunearsi più marcatamente nel mondo e nel cuore di ogni figlio di Dio, che accoglie la parola di Dio con le orecchie, con il cuore e con tutta la vita, quando tutta la sua vita si inserisce concretamente nella vita del credente, di me credente.
In noi esplode meraviglia e riconoscenza, ossia i sentimenti degni di Dio, istillati dallo stesso Spirito Santo.
Grazie, mio Dio! Grazie per tutti noi, per tutti gli uomini e per tutte le donne!
12.06.18