Ardeva il cuore

Ardeva il cuore
Può configurarsi il nostro debole, quasi implicito amore al Padre, come un amore di esiliati? Desiderio di un bene lontano?
Potrebbe, questo amore di esiliati, essere in armonia con la preghiera a Maria, alla quale ci si rivolge come “esuli figli di Eva”?
Sarebbe un amore nostalgico, quasi poesia conforme al romanticismo.
No. Perché Gesù, il Risorto portatore di Dio al mondo, ci assicura che è con noi, fino allo scadere del mondo.
Esuli, oppure già introdotti nell’amare Dio, sebbene ancora non sazi della pienezza di Dio. La pienezza di Dio non potrà mai entrare nel contenitore della nostra vita, in modo adeguato all’infinito Padre. Eppure Gesù ci assicura che chi vede lui vede il Padre. Noi siamo ancora privati della visione completa di Gesù. Occhi obnubilati come gli occhi dei discepoli di Emmaus: non vedevano, eppure il loro cuore “ardeva” quando lo sentivano parlare.
Gesù è percepito prima dal cuore e poi egli si svela.
Ardeva il cuore dei discepoli, mentre Gesù presente parlava. Accesi dalla parola, prima che dalla rivelazione, che li fa correre per la gioia.
È il destino di noi chiesa: ardere prima di tutto, a causa della parola, per poi accorgerci della sua presenza. Non è forse questa la logica dell’incontro nella Messa?
Lasciare che il nostro cuore arda nell’udire o nel leggere la Parola del Signore. Imberci di Parola, che non è una lettera spedita agli esiliati, ma è una presenza nella “sua” chiesa.
25.04.19

Errore e misericordia

Errore e misericordia
La stampa, la radio, la televisione e i vari ammennicoli comunicativi, trattano a lungo degli scandali, e con un particolare interesse, di quelli dei preti a interesse genitale.
Non sento, tranne alcuni casi, che la notizia è trasmessa con tristezza e compassione con lo scopo di suscitare misericordia e richiamare un sussulto di senso morale.
Anche Gesù ricordava errori e peccati, ma allo scopo di avvertire i semplici e di convertire i peccatori. “Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”.
Se oggi Gesù rivolgesse la sua frase celebre “chi è’ senza peccato, scagli la prima pietra”, che cosa succederebbe? Penso, in questo momento, ai miei colleghi giornalisti, tentati di mostrare il male altrui, probabilmente per nascondere o per scusare i propri mali, mentre giudicano le altre persone. Non so quante penne cadrebbero dalle loro mani, o quante telescriventi volerebbero dalle finestre.
Il ricordo del Padre ci richiama alla misericordia. Misericordia verso gli erranti non per giudicare (anche con l’”innocente” mostrarsi scandalizzati) e misericordia per chi non narra con bontà e con dolore gli errori degli altri. In concreto, misericordia per aiutare l’errante a riprendersi, e misericordia con chi riferisce gli errori degli altri, affinché ne parlino per la loro risurrezione e non per la loro condanna, oppure per fare gli sberleffi sulle miserie del prossimo.
Misericordia che si impara dal costatare quanta misericordia Dio ha verso di noi, di ciascuno di noi.
19.04.19

Senza un tempio

Senza un tempio
Gesù si contraddice?
Leggiamo il Vangelo di Giovanni: troviamo la cronologia all’inizio e poi alla fine (Passione e Risurrezione). Quando Gesù si trasferisce a Cafarnao, nella narrazione degli episodi della vita di Gesù, sono riportati episodi per indicare la fede nella sua persona, piuttosto che per scrivere una biografia.
Or dunque, il primo episodio narrato è quello che presenta Gesù deciso e perfino violento nel far rispettare la sacralità del tempio di Ge-rusalemme: la casa di mio Padre.
Poi leggiamo anche, quando Gesù si intrattiene con la donna samaritana – episodio che scandalizza i suoi -, che sia il tempio di Geru-salemme sia quello sul Garizzim non sono necessari, perché Dio “si a-dora in spirito e verità”. Prima la difesa decisa, poi un’indicazione di im-portanza relativa, se non nulla.
Contraddizione di Gesù, oppure gerarchia di valori? Adorare Dio è necessario, avere luoghi di culto è relativo, sebbene non inutile.
Una cosa appare sicura: il luoghi destinati al culto per volere, ri-spettabile, degli uomini non “fanno la fede”, però possono favorire mani-festazioni di fede. Comunque la sottrazione di un tempio, o della fre-quenza a un tempio, non pregiudicano affatto la fede, l’amore al Padre, la salvezza. Talvolta perfino aiuta al raffinamento della fede stessa, che deve adorare “in spirito e verità”.
Gli Ebrei temevano che la soppressione del tempio, privasse di Dio la nazione.
Gesù, il mattino, si recava in un luogo solitario, e lì pregava.
13.02.19

Il corpaccio

Il corpaccio!
Mi sovviene quell’educatore (?!) religioso, il quale dovendo educare dei ragazzi alla “spiritualità” (quale?) li rimproverava perché loro pensavano solo al “corpaccio” (autentico!), senza mortificare il corpaccio e, quindi, denigrandolo il più possibile. Ora penso a quell’educatore, che, in cielo, sorriderà con me sul suo passato stile. Difatti non scrivo contro di lui, anche perché ho bisogno delle sue preghiere, ma semplicemente prendendo uno spunto dalle sue parole.
Corpaccio, questo magnifico organismo, voluto così complicato e ammirevole da nostro Padre? Non è lui che, composto il corpo di Adamo, ne fu soddisfatto?
Poteva Dio progettare l’Incarnazione e la Risurrezione, in uno strumento degenere indegno di Dio? Potevano gli apostoli propagare la Risurrezione e Gesù, senza le gambe del loro “corpo”?
Il corpo è magnifico e santo, perché uscito dalle mani del Padre.
Sono gli uomini, nella loro nobilissima pazzia a denigrare l’opera di Dio, a bruttarla, e a brutalizzarla. La cura stupida della faccia, la chirurgia estetica, l’ubriachezza, il vizio e lo stravizio, i delitti, la sessualità disordinata e brutale, la mercificazione del corpo, ecc. ecc. Sono invenzioni per trasformare il corpo in corpaccio, l’opera di Dio trasformata in opera del diavolo, il brutto per eccellenza!
Il corpo è una realtà bella, di cui Gesù si serve per comunicarci il suo amore, e che Gesù eleva a “tempio dello Spirito Santo”, completandone la dignità e la bellezza. Noi siamo fieri del nostro corpo, conservandolo tempio di Dio!
19.02.18

Fare la verità

Fare la verità
Perché Gesù mi chiede di fare la verità, e non soltanto di accettare la verità? Ossia essere autore di verità, e non soltanto utente?
Chi fa la verità arriva alla luce.
Gesù è la verità. Io devo fare Gesù per raggiungere la luce. Io faccio la verità, quando aderisco a Gesù, a quel Gesù che s’impegna con “in verità, in verità vi dico”.
La mia adesione alla verità non è adesione a un principio astratto, né solamente alla Legge di Mosè, o ai suggerimenti soavi delle beatitudini, ma alla persona che proclama quelle beatitudini, e che nelle beatitudini ha versato tutto se stesso.
Fare la verità coincide, per il credente a essere tutto di Cristo, ossia a essere cristiani, o cristici. L’unica nostra verità certa è Gesù. Le altre affermazioni, che vantano la pretesa di essere certe, sono sì e non piccoli lacerti di verità. Gesù è verità piena, totale.
Già il profeta diceva che solo Dio è verità sicura, mentre le altre verità sono come pozzi senza fondo che non contengono l’acqua.
Fare Gesù per raggiungere la luce, può apparirci arduo. Gesù allora, nel suo amore che non vuol perderci, ci indica anche delle scorciatoie, tutte a nostra portata. Sono scorciatoie quotidiane. “Ciò che avete fatto a questi piccoli, l’avete fatto a me!”.
I piccoli che ci attorniano sono innumerevoli. Perciò sono una provvidenza, affinché arrivare alla luce sia agevolato.
Forse è opportuno chiederci se ci interessa la luce. Perché il fare la verità è in relazione alla luce.
Dio è luce. Ci interessa Dio, e, in Lui, la nostra salvezza, la nostra gioia, la nostra piena beatitudine?
14.04.19

Felicità e preghiera

Felicità e preghiera
“Il Padre non mi lascia solo, perché faccio sempre ciò che gli piace” (Gv 8, 29). Ciò che Gesù fa, dice, comunica, lo fa per piacere al Padre. Questa è la grande soddisfazione esistenziale: piacere al Padre.
Quindi tutto quanto Gesù è per noi e ci indica di compiere, è per rendere “soddisfatto” il Padre.
È questa l’eredità, che Gesù ci dona: rendere felice Dio. Dio non ha bisogno dei nostri regali per essere contento. Dio è contento immensamente, e comunica tale contentezza a Gesù, che agendo come il Padre vuole, comunica alla contentezza del Padre.
Noi, in Gesù, rendiamo felice Dio, non perché egli non è felice, ma perché entrando nella Trinità, partecipiamo all’amore del Figlio verso il Padre, nel quale amore Dio è immerso.
Quando Gesù ci stimola alla preghiera, con questa entriamo nella beatitudine di Dio. Rendiamo il Padre contento, perché ci sta trasmettendo la sua felicità.
La preghiera può essere un obbligo o una necessità. Però, come essa si accende, entriamo nella beatitudine di Dio, partecipiamo di tale beatitudine, e quindi rendiamo contento nostro Padre.
Quanto è diverso il “recitare” il Padre nostro, dal rendere felice Dio per l’incontro cosciente del suo figlio. La preghiera supera l’obbligo o il bisogno, per essere felicità di incontro.
Felice il Padre, perché nella preghiera accettiamo il suo abbraccio, e a lui ci abbandoniamo. Indipendentemente dalle formule, l’atteggiarci alla preghiera, è già un’immersione nella felicità del Padre.
15.05.19

Obbedienza?

Obbedienza?
Nella letteratura claustrale si leggono anche facezie.
Alcune riguardano l’obbedienza del monaco o del frate. Il frate è scambiato come un fante di leva, quello del conosciuto “Signorsì, sissignore!”. Un chiaro esempio di obbedienza radicalmente virtuosa, è quello dell’orto. Per saggiare la vera obbedienza al “superiore” (sì, proprio “superiore” è detto, forse in armonia con quel “non essere tra di voi nessun padre, perché l’unico padre è uno ed è quello dei cieli”!), al novizietto veniva imposto di piantare i cavoli con la palla sotto terra e le radici all’aria. Se non obbediva dimostrava di non avere vocazione per lo stato religioso (nel quale tutti erano scemi?).
Venne poi anche la dizione che il vero religioso doveva essere sottomesso “perinde ac cadaver”, proprio come un corpo morto nelle mani di chi comandava (e chissà quali mene aveva fatte per essere costituito comandante).
Qualche santo intelligente, come S. Francesco, indicava di obbedire ma soltanto se il comando non fosse “contro la sua anima o contro la nostra Regola”. Indicazione chiara: non contro la propria vita. Ma ecco la solerte buona volontà, che esemplificava quel “contro l’anima” con il dire che, per esempio, se era comandato di bestemmiare.
In realtà era un “contro la costituzione umana di esseri intelligenti”. L’obbedienza non doveva presumere di annientare l’uomo. Dove andava a finire quel “rationale obsequium” della Scrittura?
Gesù non obbedì mai a ciò che gli imponevano clero e scribi, perché non confondeva la “volontà del superiore” con la “volontà di Dio!”, unica capace di conoscere l’uomo.
29.12.18

L’acqua vino

L’acqua vino
Gesù dice che è venuto per servire, non per essere servito. Il Vangelo tutto è a servizio dell’uomo, soprattutto per il povero e l’ammalato.
Gesù è a servizio non solo a ore o in parte. Servì e serve (lui il Signore!) con tutto se stesso e sempre.
Interessante notare che il Vangelo di Giovanni ci presenta Gesù, che compie il suo primo segno (noi lo diciamo infantilmente: miracolo), proprio quando si trovava “a servizio”.
A Cana c’era Maria. Dal suo comportamento si desume che a-vesse compiti di direzione (comanda ai servitori: fate ciò che lui vi ordi-na!). Con Maria era anche stato chiamato Gesù. Chiamato secondo il testo greco, non necessariamente invitato come spesso si legge. Chia-mato a fianco della madre, della quale Gesù era capofamiglia.
Evidentemente quando viene a mancare il vino, Maria ne viene informata. La situazione non è facile da affrontare: come procurarlo?
Consiglio di famiglia: lo riferisce a Gesù. Sono due in crisi: che cosa possiamo fare tu ed io? Non è venuta la mia “ora”. Comunque si in-terpreti quell’”ora” la situazione non è semplice.
Poi Gesù, servitore, pone a servizio tutto ciò che può, anzi tutto ciò che lui è, lui venuto per servire, e dotato di ogni possibilità per servire, anche della sua unione con il Padre. Il Padre crea, e Gesù crea. Una creazione che deriva da una trasformazione: l’acqua che diviene (!) vino (v.9). Questo verbo “divenire” l’abbiamo incontrato già: Il Logos divenne carne” (Gv 1, 14). Con Gesù dobbiamo abituarci al divenire, come quando i malati diventano sani, e noi peccatori diventiamo santi
20.01.19

Gesù esultò

Gesù esultò
In quell’ora Gesù esultò nello Spirito Santo. Perché ai piccoli è stato rivelato il regno. Esultanza perché ha trovato persone semplici che si sono profondamente sintonizzate con lui. L’esultanza della condivisione nella verità e nella carità.
È, quest’esultanza, anche nostra, quando ci sentiamo assieme nella stessa situazione di fede. Possiamo esultare anche con persone mai conosciute, quando le sentiamo in armonia con la nostra esperienza di Dio.
Qualunque persona, che incontriamo in qualsiasi modo: presenza, colloquio, trasmissione scritta, telefonica, radiofonica o televisiva (mi sovviene la trasmissione televisiva di Giacomo Celentano).
Lo Spirito del Padre, è sempre con noi, anche quando le distanze si frappongono, nel sentire altri che condividono la nostra stessa esperienza di fede.
Solo la fede in Gesù permette di vivere gioie comuni, le gioie che nascono da autentiche esperienze di fede, vissuta ed espressa.
Evidentemente non si tratta di quelle persone che, parlando, condividono le nostre idee, ma di quelle persone che, esprimendo se stesse, si illuminano e illuminano il cuore di chi è presente o che comunque viene a contatto con l’esperienza di fede di altri.
Gesù entra in una situazione di esultanza, quando ode il racconto del lavoro “apostolico” dei suoi discepoli. Egli vede l’opera di Dio: Satana precipitare. Il male vinto, la cattiveria superata, l’infedeltà svanita. Ed ecco: “in quell’occasione (ora) egli esultò”. Così possiamo esultare noi pure.
20.04.19

Volle vicini i suoi

Volle vicini i suoi
Vivere la Pasqua, vivere della Pasqua. Ossia vivere la Risurrezione di Gesù, pregustando in essa la nostra risurrezione.
La comunità si raduna per ritrovarsi nel risorto. Il mondo è paese e ogni comunità cristiana è la nostra comunità e ogni messa è la nostra messa.
Eppure altro è vivere la Pasqua assieme con persone che conosciamo e che solitamente fa la messa con noi; altro sapore è la messa, pur essendo lo stesso Gesù presente, tra sconosciuti, uniti tra di loro dalla stessa fede, ma non dallo scambio di emozioni affettive.
Gesù si era espresso così con i suoi: “Ho tanto desiderato vivere la Pasqua con voi”. Addirittura chiede ospitalità non tanto per vivere la Pasqua con l’ospite, ma proprio con i suoi.
Sembra talvolta che la Pasqua sia davvero “dove vuoi”, mentre il Natale sia tra i “tuoi”.
Per più di uno Pasqua, che per aiutare i credenti è giorno di festa, sia solamente il rito vacanziero della gita, o il passare il tempo con i consanguinei.
Gesù non ha radunato i “fratelli” di sangue, ma i suoi avvinti a lui dalla sua parola e dalla sua persona.
Talvolta si ha l’impressione che la vera Pasqua non sia il cibo eucaristico, ma il panettone o l’uovo di cioccolato. Gesù, nella sua bontà, vola sempre sulle nostre mense anche pasquali, ma desidera che noi voliamo verso la sua mensa, noi, cioè quei suoi che sono legati tra di loro, perché vincolati dalla presenza di Gesù.
Per osservare il precetto ecclesiastico è bastante assistere a una messa: ed è bene. Però radunarci per vivacizzare la “nostra” mensa, è meglio.
20.04.19