Verso l’alba

Verso l’alba
La via crucis non può esser rappresentata come una descrizione fotografica dell’avvenimento. Ogni rappresentazione pittorica, o drammatica, della Passione di Gesù, è una proiezione dei sentimenti dell’autore.
Questa proiezione può diventare una descrizione o una allusione. Io ho scelto questa seconda forma. In ogni quadro ho espresso il clima pesante, tetro, oscuro, che permane in ogni quadro. Dentro questo sfondo buio, appaiono accennate, non descritte, alcune figure, quelle ricordate dal Vangelo. Appare sempre un Gesù sofferente, e appaiono delle persone che hanno avuto contatto con Gesù. Tutto sembra emergere dal buio, perché comunque nel disastro, le figure umane non scompaiono. Dentro la notte Gesù è costretto ad avviarsi al patibolo: nell’oscuro le figure s’intravvedono solamente, non si decifrano. Tutto è coperto, è tunnel. Perché proprio il buio accende la speranza della luce: la Risurrezione.
La via crucis quindi non può essere delineata, né abbellita, neppure da una faccia di Cristo, serena nella sofferenza, perché lui è entrato nel buio, quel buio che si condenserà nel “discendere agli inferi”. Un buio tuttavia che non spegne la speranza: “Oggi sarai con me nel Paradiso!”. Una speranza che non evita il nero della croce, ma non si perde in esso, per quanto fitto esso sia. Infatti in quel nero, in quel fascio tenebroso, Gesù resta sempre figlio di Dio. La notte lo abbraccia, ma non lo sopprime: la sua faccia e il suo corpo vivono nella notte torturante, non esaltano la morte, ma attraverso la morte, alla fine, esaltano la vita: Risurrezione. Anche i tunnel sono per godere la luce.
08.04.18

Trovare la meta

Trovare la meta
Paolo, come ci riferiscono gli Atti degli Apostoli, parla agli Ateniesi, entrato nell’Areopago, il luogo più importante per i raduni dei cittadini.
Prende lo spunto dalla scritta di un altare, dedicato “Al dio ignoto”. Non è un semplice espediente per introdursi, ma una costatazione della religiosità degli ateniesi. Egli riconosce che anche la ricerca religiosa, che addirittura riconosce il bisogno di un dio misterioso, è già ricerca di Dio.
Paolo non condanna, ma semplicemente indirizza, non distrugge, come fece in Gallia il “fiero Sicambro”, ma valorizza e completa l’esistente, quell’esistente che concerneva già un valore: la ricerca di Dio.
Quello di Paolo è un procedimento psicologicamente corretto: non distruggere le deviazioni, anche dolorose, non combatterle, ma indirizzare le dinamiche sottostanti verso uno scopo più corretto.
La religiosità è una tensione buona: però essa deve essere valorizzata, indirizzandola non a un idolo, ma a Dio, attraverso la fede. Anche la “reazione psichica” della religiosità, deve essere valorizzata nella fede.
Di religiosità è piena la vita. Basti osservare, per esempio, il tifo per la squadra di calcio, o l’infatuazione per una diva, o le forti simpatie reciproche tra gli adolescenti. Sono queste tutte tendenze che conducono a una specie di adorazione. Questo bisogno di assolutizzare l’oggetto del desiderio e dell’emozione, deve semplicemente essere rivolto a ciò che non finisce, non come quando la convivenza annoia, la diva invecchia, la squadra scende di serie.
09.05.18

L’idolatria di Dio

L’idolatria di Dio
Dio è idolatra? L’idolatria è l’apice di un amore. Lo dice qualsiasi amante sincero: “Io ti amo, io ti adoro”. Amare intensamente è idolatrare. Ebbene ecco: Dio ha amato il mondo, fino a darsi al mondo nel Figlio. Dio adora ciò che non è Dio: ecco l’idolatria. Ma alla fine è un’idolatria che diventa amore di Dio, perché Dio si dona all’uomo, fino a trasferirsi in lui, attraverso Gesù, e, in Gesù, attraverso te, me, l’altro, il mondo.
La pazzia d’amore del mio Dio! Non è sufficiente nessuna estasi per scoprire tale amore del mio Dio, perché lui è sopra l’estasi, sebbene doni l’estasi della fede nel credente.
L’amore del mio Dio è un abisso, e io mi ci perdo. Intuisco, ringrazio, ma non so. Non so, eppure è vero, ed è vero perché è divino, ed è mistero. Dio si perde, per amore, in me.
Io e il Padre siamo una cosa sola, e chiedo di avere quella divinità, che ebbi fin dall’inizio, prima che il mondo fosse.
L’amore di Dio lo crediamo, addirittura lo sentiamo, lo tocchiamo in Gesù. Dio ama e adora l’uomo, non potendo più staccarsi dall’uomo, poiché non si può più staccare da Gesù.
È troppo. Dante, davanti a Dio, perde “la possa!”. È troppo, ma è reale, realissimo. Quel Dio che ci penetra, che, grazie a lui, ogni giorno si compatta con la mia vita, quel Dio è qui, mi penetra, mi costringe ad essere lui, grazie alla presenza e all’attività del suo Spirito in me. È troppo! È troppo. Il cuore scoppia di dolcezza, dolcezza commovente che da nessuna altra persona o cosa è provocata. In realtà tale dolcezza è lo stesso Gesù, che vive in me.
27.04.18

Pace nel mistero

Pace dal mistero
Soltanto Gesù è il “culmine” di ogni profezia e di ogni profeta, antecedente a lui e susseguente a lui.
Chi abbandona Gesù, per seguire qualsiasi altro profeta, religioso o filosofico, decade dalla luce piena e invisibile, a un lumicino talvolta ben visibile, perché circoscritto. È questa la sfortuna, anche oggi, di coloro che non trovano più “gusto” nelle parole di Gesù, e cercano altri pascoli, occidentali oppure orientali.
Gesù ci aiuta, affinché noi si possa passare dalla paura del mistero che avvolge Dio e la creazione tutta, all’accostamento al mistero, alla sicurezza che ci viene dal mistero, e alla gioia per il mistero.
Sì, il mistero ci rende sicuri e tranquilli, quando appuriamo che quel mistero concerne Dio, e allora gli ci affidiamo.
La contemplazione cristiana, non è un abbandonarsi a qualche cosa di indefinito e impalpabile, ma nell’accetazione cosciente e amante del mistero di Dio, ossia di Dio, nostro Padre mistero.
La contemplazione nostra non è abbandonarci a qualche cosa di indefinito, come la fase prima del sonno, ma a qualcuno di infinito, che non può essere abbracciato da nessuna meditazione trascendentale, ma semplicemente abbracciato per quanto di lui è recepito nei nostri limiti: la contemplazione cristiana di Dio, richiede l’accettazione umile dei nostri limiti. L’abbandonarci a lui non ci dilata oltre i nostri limiti, però questi sono completamente riempiti, nella loro piccolezza, dalla presenza di Dio.
19.04.18

Povertà e accademia

Povertà e accademia
Può accadere che la povertà, nelle nostre parti, non sia una condizione, ma una scelta o anche uno sfoggio. Chi non rammenta Diogene?
Per S. Francesco la scelta della povertà, era un adeguarsi a una parte considerevole di popolazione del suo tempo, era un essere il più possibile vicino al popolo, e così trovare consonanza per predicare il Vangelo.
La povertà non è un valore in sé, né una condizione vanitosa, come potrebbe diventare una povertà al di sotto del livello dei poveri autentici, che non si vantano di essere poveri, e, per vivere, utilizzano i mezzi che trovano nella società in cui vivono, con marcate differenze tra i poveri nell’Europa e i poveri, per esempio, in Africa. Quando della povertà si fa sfoggio, allora non è più povertà.
Gesù per segnare quale è la povertà gradita a Dio, tanto da diventare beata, aggiunge – nel Vangelo di Matteo – quella parolina: di spirito. Parolina che non è di facile interpretazione, ma che comunque non lascia nuda la povertà.
Chi nasce povero, conosce tutti gli sforzi dei propri genitori per non trasformare il povero in uno straccione. Quegli sforzi che attirano benevolenza e aiuti concreti. Chi nasce povero cerca di migliorarsi, ma non di diventare nababbo.
Nel francescanesimo le lotte che differenziavano le diverse “riforme” si incentravano sulla povertà. Poi la storia ha dimostrato che le riforme a poco a poco si trasformarono nel livello dei non-riformati.
17.04.18

Spirito operante

Spirito operante
Esiste una mistica nel mondo? Oppure ogni tensione religiosa avviene soltanto dentro un’azione mistica? Mistica, ossia sperimentazione di un rapporto unico con la vita non sperimentabile concretamente?
Ogni spinta “oltre” l’immediato, alla ricerca di un respiro, che non si arresti al visibile, può essere un fatto mistico, un’esperienza mistica?
La ricerca di Dio, o di un assoluto, può accadere senza che lo Spirito di Dio sostenga e favorisca tale “slancio vitale”?
Evidentemente non intendo certe forme di spiritualismo, o di “meditazione trascendentale”, se tali forme escludono l’impatto con l’Altro, ma si immergono nella ricerca del profondo dell’uomo, però rifiutando di riconoscere che l’uomo arrivato al suo profondo, è alle soglie del contatto con l’Altro.
È mistica quanto si atteggia a riconoscere la limitatezza dell’uomo, come pedina di lancio verso l’infinito, comunque lo si descriva nelle diverse culture.
Ho costatato anche all’infuori del cristianesimo, queste esperienze di “contatto con l’oltre”. La domanda: “Questo può accadere senza l’impulso dello Spirito Santo, affermato oppure omesso?”.
Essere figli di Dio (e ogni uomo è figlio di Dio), può essere scisso dallo Spirito di Dio? Non può avvenire, perché ogni opera di Dio è trinitaria. Lo Spirito di Dio, serpeggia nelle creature tutte, perché è lo Spirito di Dio che regge l’universo.
Da qui la nostra sicurezza nell’accostare ogni persona, anche di religione diversa dalla nostra. Perfino l’abbandono di una confessione religiosa per aderire a un’altra dopo il travaglio della scelta, non può avvenire in modo disgiunto dallo Spirito.
23.04.18

Leggere la Scrittura con la vita

Leggere la Scrittura con la vita
Al Vangelo ci accostiamo per la nostra sicurezza, non per la nostra furbizia. Certe citazioni del Vangelo per nascondere deficienze umane e scusarle, sono stupidi escamotages per nascondere la verità. Un esempio quasi quotidiano tra le persone pie è quello di passare gli errori degli uomini come volontà di Dio. Ricordo un prefetto del collegio, dove passavo le scuole ginnasiali (oggi medie), il quale con sicumera affermava che, secondo il Vangelo, chi faceva la volontà del superiore (lui in particolare?) faceva la volontà di Dio. Molto più tardi scoprii che era affetto da pedofilia.
È doveroso lasciare che il Vangelo ci dica le “sue” cose, e non sia il tendone per nascondere i nostri errori.
La Scrittura aiuta a guardare con fiducia la nostra esistenza. Nella Genesi si legge che il sabato Dio si riposò. I cristiani riposano il sabato per prepararsi alla risurrezione della domenica. La quiete del sabato, non per un certo far nulla, ma per desistere dalle faccende assorbenti, come i sei giorni della creazione, quasi per entrare nel sepolcro, come nel Sabato Santo, in preparazione al giorno del Signore.
Anche nella vita dell’uomo, scorre un periodo di attesa, prima che si avveri il Vangelo della Risurrezione. Normalmente il periodo di “desistere da tutte le opere” è il periodo della vecchiaia, che si sente sempre più come il “giorno dell’attesa del Signore”. Ecco una situazione concreta, nella quale la realtà non può essere orpellata dalla parola della Scrittura, ma realizza la Scrittura, sebbene la lettura del tempo di Dio, non è sempre di facile intuizione.
19.04.18

Dio parla sempre

Dio parla sempre
Credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Questa frase è espressa nel Vangelo di Giovanni, in conclusione del movimentato, drammatico, episodio, nel quale è riferito il fatto della messa a soqquadro i banchetti dei commercianti operanti nel tempio di Gerusalemme.
La fede, della quale si parla, si attuerà nei discepoli, dopo la Risurrezione di Gesù.
Quello che sento di notare è la fede in Gesù, che trascina con sé la fede nella Scrittura dell’Antico Testamento.
È la Scrittura che conferma la parola di Gesù, oppure è la parola di Gesù, che conferma la verità della Scrittura? Qualunque sia la risposta, appare evidente che Gesù non oblitera la Scrittura, perché sorpassata, ma la ripropone come continuazione di un unico progetto di Dio. Ricordo ancora le parole di una nota pastora protestante, che cancellava l’Antico Testamento, per lasciare emerso solamente il Nuovo Testamento.
Gesù ravviva, nella sua persona, tutto ciò che deriva da Dio. Questo lo percepiscono i suoi discepoli, e nel primo secolo della Chiesa (nonché nei padri apostolici e seguenti) la parola di Gesù e la sua opera si mescolano con citazioni dell’Antico Testamento.
Nulla è scartabile di quanto esce da Dio. Difficilmente si può affermare che nella Scrittura ci sia una gerarchia di testi. Purtroppo non è raro scambiare la connessione tra le parole di Dio, con la loro gerarchizzazione. Le parole di Gesù e le parole di Dio, non si pongono su una scala, ma semplicemente si illuminano reciprocamente. I discepoli di Gesù si accorgono che la realizzazione delle parole profetiche di Gesù, si inseriscono in tutto il “discorso” di Dio all’uomo.
18.04.18

Schiavo perché libero

Schiavo perché libero
Leggendo i libri del Nuovo Testamento, mi sono trovato all’inizio della Lettera di Paolo ai Romani. Ho confrontato il testo greco con la traduzione latina e italiana: mi è venuto di notare una certa differenza. Il latino nota: “Servus Jesu Christi”; l’italiano: “Servo di Gesù Cristo”. Evidentemente il latino fa notare la schiavitù di Paolo, ossia la piena appartenenza a Gesù. L’italiano richiama soltanto un’incombenza. Mi ha lasciato un po’ sorpreso quel “Gesù Cristo”, quasi si trattasse di un nome e cognome. Il greco, che richiama la schiavitù (doulos) di Paolo, prepone il Cristo al Gesù: schiavo del Cristo (di nome) Gesù.
Paolo fa risaltare il suo rapporto totale con il Messia. Poteva interessare ai Romani quel Messia, tanto importante per gli Ebrei? Decisamente sì, se consideriamo che i primi evangelizzati da Paolo erano proprio ebrei, come chiunque può desumere, rileggendo gli ultimi versetti degli Atti degli Apostoli (Atti 28). E, stranamente, nel tradizionale riordino dei libri del Nuovo Testamento, essi legano la fine degli Atti degli Apostoli, con l’inizio della lettera di Paolo, quasi accostati tra di essi.
Paolo si riconosce “schiavo” della famiglia del Messia. Paolo non è più per se stesso, perché appartiene al Messia Gesù. Questa vitale appartenenza egli la nota in altre maniere: “Sia che viviamo, sia che moriamo siamo del Signore”.
Appartenere a Gesù, diminuisce la personalità di Paolo e nostra? Gesù ci vuole sudditi (perfino di Santa Madre Chiesa?!) oppure partecipi della sua morte e della sua risurrezione, aumentando la nostra dignità e la nostra libertà, con la sua libertà? Non è lui che è libero perfino dall’unico nemico, la morte?
21.04.18

In Gesù vediamo Dio

In Gesù vediamo Dio
Nel Vangelo di Giovanni spicca l’insistenza di Gesù, nell’affermare la sua profonda, vitale, essenziale relazione di vita con il Padre. Dal Padre egli tutto riceve, e tutto egli dona ai suoi, in modo particolare tramite l’Eucarestia.
Questo Gesù, che, mostrando se stesso, mostra il Padre, è semplicemente uomo, in quanto uomo assunto nel e dal Verbo. Non è corretto, nel pensare a Gesù, nascondere l’uomo per far esaltare Dio. Gesù è uomo, con tutte le possibilità, le esigenze spirituali e fisiche, e i limiti dell’uomo. Nulla di umano gli è estraneo: questo ci rasserena, quando ogni giorno ci imbattiamo nei nostri limiti, ed essi crescenti nel crescere dell’età.
Eppure di questa semplice umanità di Gesù, Dio si serve per esprimere il miracolo, la sapienza rivelatrice, la sofferenza e la morte, che unita alla risurrezione si fa redentrice.
Come Dio Gesù interviene nel mondo, e perché? lo conosce solo Lui. Però quando il Padre opera in Gesù, con Gesù, attraverso Gesù, allora noi possiamo leggere nel corpo e nelle parole di Gesù, la modalità dell’intervento di Dio nel mondo degli uomini.
Il Vangelo, narrando di Gesù sia come attore che come annunciatore, permette di conoscere perfino qualche cosa di “come” agisce Dio, quel “come” che tuttavia rimane un mistero nella sua modalità (chi conosce Dio? Solo il Figlio!) e nella sua creatività.
25.04.18