Sono uscito da Dio

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Il sapore cristiano dell’Avvento non è attesa di quanto deve avvenire, ma gioiosa presa di coscienza di ciò che godiamo, perché è avvenuto. Certamente non sempre è facile recitare i salmi nella prospettiva della presenza  definitiva del Logos tra di noi.

Sono uscito da Dio
Un verbo nel Vangelo di Giovanni continua a venirmi davanti. Si tratta del verbo “ecseghesato”. Il latino lo traduce con “enarravit”. L’italiano con “lo ha rivelato”. Narrare e rivelare non sono errati, ma non rendono bene il vocabolo, tanto che per indicare la rivelazione è quel verbo, che ritroviamo nell’Apocalisse, che significa appunto rivelazione.
Il verbo indica un “condurre fuori”, “far uscire”. È più incisivo del semplice rivelare, cioè togliere il velo. Si toglie il velo che nasconde, ma l’oggetto nascosto rimane, non necessariamente è “spinto fuori”.
Rivelando si apprezza e si ammira, facendolo uscire si abbraccia. Ed ecco Dio presente in Gesù. Giovanni nella prima lettera, parla di ciò che abbiamo visto, abbiamo udito e che le nostre mani hanno toccato del Logos vivo!
Il Logos è nel “seno” del Padre, ed è stato fatto uscire. Quasi un cenno alla maternità di Dio, non solo come sentimenti, ma anche come azione.
Gesù dice chiaramente: “Sono uscito da Dio”. Presenza sicura e “tattile” di Dio in Gesù. Nella sua bontà, Gesù ha voluto prolungare nel tempo la presenza “tattile” di Dio, ed ecco l’Eucarestia. Gesù vivente sulla terra aveva portato in sé la presenza concreta di Dio: “Chi vede me, vede il Padre”. Toccando il suo corpo, si entrava in contatto con il Padre. Oggi toccando l’Eucarestia, con il concreto toccare e mangiare pane e bere vino, ritorniamo a percepire la presenza tattile di Dio!