Assaporare la preghiera

Assaporare la preghiera
Mi sovviene ancora il tema del sapore della preghiera. La preghiera assaporata, se è gravida di esperienza vissuta.
Per dire qualche mia esperienza che mi aiuta a comprendere il sapore della mia preghiera, emergono in me due sensazioni, che mi sono marcate dentro.
Una è il modo con cui Ungaretti declamava Omero. L’altra è il vissuto che si riaccende in me, quando odo una parola. Io faccio parte dei profughi istriani. Quando odo la parola “Pola”, so che per altri essa è un indicatore geografico. Essa è gravida di tutte le esperienze della mia infanzia: affetti, conoscenze, scuola, chierichetto, nuotate, giocate, ecc. Essa è veicolo che penetra nel sentire, nel vissuto.
Or dunque, la preghiera è qualche cosa di analogo.
Per molti – e per me nel passato – la parola “Padre” è un semplice ricordo di un concetto catechistico. Però dopo aver caricato tale parola di tutto quanto Gesù l’ha riempita, il termine “Padre” è gravido di amore, di eternità, di forza, di dolcezza. Non è più un termine catechetico che indica la persona di una “certa” Trinità, ma è un introdurmi nell’Infinito.
Come vi sono arrivato? Non lo so. So soltanto che questa pienezza, quando la vivo, è un dono, una fattura dello Spirito Santo, che mi assimila al Figlio di Dio, mio fratello.
24.06.19

Apprendisti del perdono

Apprendisti del perdono
Nella Parola di Dio, ci imbattiamo in alcune condizioni che devono essere premesse. Noi desideriamo amare Dio: è questo il primo precetto della legge. Eppure tale nostro amore, si basa su un precedente. Giovanni, nella sua lettera, ci avverte: “In questo sta l’amore: Dio ci ha amato per primo”. Il suo amore è condizione preattuata, affinché possa sorgere il nostro povero amore.
Però sembra che noi ci imbattiamo, in una specie di reciproco.
“Il Padre perdona a voi, se voi avete perdonato ai fratelli”. Perciò pare che l’essere perdonati da Dio richieda in anticipo il nostro perdonare agli altri.
Dio perdona sempre: questo è parte della sua essenza d’amore, che è la misericordia. Tuttavia la misericordia di Dio fruttifica, se è seminata sul buon terreno della nostra misericordia che accoglie la misericordia di Dio, per una sorta di sintonia tra i nostri sentimenti e i suoi.
E che dire di quel nostro riaffiorare dell’amarezza per le offese ricevute? Allora il nostro terreno ha rifiutato il seme del perdono di Dio?
Dio sa che siamo imperfetti, e non pretende che diventiamo perfetti. Gli basta essere perfetto totalmente Lui solo, caro Padre.
Se indica a noi di perdonare anche cento volte, significa che in noi attende il rinnovo del perdono, ogni volta, che in noi riaffiora l’amarezza di essere stati offesi.
20.06.19

Accostare gli afflitti

Accostare gli afflitti
Il Padre ci dona anche l’occasione e il compito di accostare persone affrante per il dolore. Può anche dare che il dolore se lo siano procurate da sé, o per errori o per una posizione errata davanti alla persecuzione di altri. Di fatto talvolta soffriamo per i comportamenti degli altri, non solo, ma anche perché noi vorremmo inutilmente che gli altri mutino i loro comportamenti.
Comunque, per causa propria o per causa di altri, incontriamo persone affrante che si rivolgono a noi. E questo è un dono di Dio, che attraverso proprio di noi, vuole esprimere la misericordia divina.
Attraversati da misericordia, noi stessi restiamo contagiati dalla dolcissima misericordia di Dio, e siamo purificati da essa, e resi sereni in Dio.
È vero che a una persona affranta non possiamo donare altro che il cuore che ascolta. Eppure la comprensione, priva di giudizio, significa un beneficio sicuro. È la classica spalla sulla quale l’amico piange. Ed è un’attuazione di quell’amore reciproco, al quale ci tiene Gesù per sentirsi nostro fratello. È un modo semplice di realizzare il regno di Dio in terra.
Talvolta le persone sono inquiete e affrante perché non attuano in sé quella perfezione, che è indicata dalla propria vanità, o anche dalle esigenze che gli altri fomentano nel proprio cuore. Certamente chi vuole gli altri perfetti è privo lui di perfezione; perciò lui cerca una compensazione negli altri
02.07.19

Anima del mondo

Anima del mondo
Quando ci si accorge che la nostra società, anche a causa dei politici, e non solo di quelli, ma anche degli industriali, degli artisti, dei preti e… di tutti noi, cammina male e si inoltra verso il precipizio, la domanda spontanea che sorge è: “Che cosa devo fare per apportare un po’ di bene?”. Eppure, anche la Lettera a Diogneto, ci indica una domanda precedente: “Che cosa devo essere per guarire il mondo malato?”.
Il cristiano è l’anima nascosta, che, in Gesù Verbo creatore, tiene in vita il mondo e anche le membra malate del mondo.
Se è il cristiano, in Gesù, anima del mondo, è necessario “rinforzare” l’anima. Più che combattere le malattie, è urgente riattivare il sistema immunitario.
Non so quanti di noi, nel ricevere l’Eucarestia, sono convinti che lo Spirito di Gesù, partecipato a noi povere piccole creature, è la forza intima che rinvigorisce le difese immunitarie dell’umanità.
Cristiani, anima del mondo. Rinforzare quindi l’anima è indicato, quando ci accorgiamo delle malattie del corpo.
Non so quanti di noi sono convinti che una comunione eucaristica serva più al benessere del mondo, che non il creare un partito politico riformista. Eppure la fede ci illumina su questo settore.
Che cosa devo essere per poter sia influire sia compiere nella società di cui noi cristiani, in Gesù, siamo l’anima, in quella società che non sempre si presenta sana.
22.05.19

Razzismo suicida

Razzismo suicida
Purtroppo oggi si parla molto di razzismo. Esso è, fondamentalmente, l’odio verso una razza (e le persone che vi si trovano dentro), e verso più etnie, che non sono le nostre, o anche nostre associate.
In questi tempi, tra di noi, si alimenta l’odio contro africani o rifugiati, perché disturbano i nostri comodi o la sensibilità (molto umana) di più di un politico.
Si vorrebbe far scomparire lo straniero dai nostri occhi. Da ragazzi ci facevano cantare la “Canzone del Piave”: “Non passa lo straniero”.
Una vocina, disturbante la sensibilità dei razzisti, è quella di Papa Francesco, il quale indica la necessità dell’amore universale voluto da Dio e da quel tale Gesù, che è morto per amore di tutti, lui ebreo che non s’attenne al razzismo, neppure a quello di casa contro i Samaritani.
Il Papa tiene discorsi di amore, anche senza sventolare un rosario, a differenza di chi vuole il razzismo della non accoglienza, sventolando un rosario infilato nella mano.
Io però desidero indicare un razzismo tacito. Coloro che intendono eliminare la propria razza. Razzismo suicida.
In Italia, gli italiani odiano la propria razza fino a programmarne l’estinzione. Ecco la denatalità programmata, non raramente attuata con aborti procurati. Razzismo subdolo e quindi perverso. L’odio contro la propria razza, che si vuole estinta.
Non è difficile dedurre che chi, per egoismo, è disponibile a soffocare nel nulla la propria razza, voglia poi cancellare, allontanare, lasciar affogare nel Mediterraneo, le altre razze.
22.04.19

Gesù triste

Gesù triste
La nostra tristezza, il vuoto delle nostre giornate senza stimoli, possono esser vissute in Gesù, a gloria del Padre? I nostri momenti di inutilità, hanno un peso salvifico?
Leggiamo in Matteo: “Gesù, giunto nel Getsemani… cominciò a rattristarsi e ad angosciarsi”. Desiderava esser liberato da quel peso: “Se è possibile, passi da me questo calice”.
Momenti di terribile buio, di angoscia. Eppure anche attraverso quei momenti, Gesù restava Dio, compiva la volontà del Padre, procurava la nostra salvezza. Nel buio dell’angoscia, Gesù restava Dio, Salvatore.
Anche la nostra tristezza, vissuta e patita in Gesù, è “degna” del Figlio di Dio, è vita, è continuazione della grandezza vitale di Gesù.
Non parlo di quella malinconia, ninfa gentile, esaltata dal poeta romantico, ma di quel vuoto, quando il vivere è un abisso.
Ricordo il “tutto è grazia” di Bernanos. Ed è così anche per la tristezza, che si accetta come nostro modo di vivere i nostri limiti, nei quali si può sempre trasformare la tristezza in un salmo, uno di quei salmi che la Bibbia ci ricorda e che la liturgia cattolica ci pone in bocca.
La tristezza del salmista, che si trasforma in invocazione. “Dal profondo grido a te!”.
La tristezza del nostro Gesù non si arrestava in sé, come punto di estrema chiusura, ma era un passaggio aspro, che conduceva a morte sì, ma pure alla risurrezione. La risurrezione di Gesù può colorare anche la nostra tristezza. Perché la tristezza in Gesù non è mai disperazione, ma stimolo provvidenziale alla speranza.
06.04.19

Il rigido

Il rigido
Più si urla, più paura si prova. Più paura si prova e più ci si irrigidisce. Sappiamo che i cosiddetti “caratteri forti”, come si suol dire, sono grosse paure rivestite di corazze. Infatti le corazze sono state costruite per difendersi da un nemico temuto. E se il nemico è soltanto immaginato, si presenta ancor più minaccioso.
Ci sono persone che vedono nemici ovunque, presenti o futuribili! E allora rivestono perennemente la corazza psichica, che è una rigidezza continua e uno stato di allarme. Talvolta frasi comuni, come un buon giorno, possono esser lette come una violenta intromissione, per rovinare una pace, sempre “armata”.
Da tali persone viene la voglia di rimanere a distanza, perché esse sono diventate orsi (o orse).
Certamente la persona serenamente sicura di sé, non abbisogna di armature psichiche supplementari.
Il sereno vive un’esistenza scorrevole, che assume difese soltanto nei casi necessari. Nel resto dei suoi giorni diffonde attorno a sé serenità. Inoltre, ciascuno di noi esporta il materiale che custodisce dentro.
Talvolta la persona rigida e corazzata, anche quando decide di aiutare gli altri, o per scelta libera o per dovere professionale oppure sociale, aiuta in modo violento: non aiuta, ma impone l’aiuto. Così si giunge all’episodio dello scout, che vedendo una persona anziana sul ciglio di un marciapiede, insiste per farle attraversare la strada. Giunto al marciapiede di fronte chiede: “E adesso?”. “Torniamo dall’altra parte, per attendere il bus!”.
20.11.18

Laici e religiosi salvati

Laici e religiosi salvati
Ciò che è religioso e ciò che comunque è laico, possono essere vissuti nella fede che è in Gesù. L’esempio macroscopico ci viene dalla chiesa primitiva, e non senza alcune grosse titubanze perfino in S. Pietro.
I religiosi ebrei furono uniti ai laici pagani, per fondersi nell’unità della fede in Gesù. Paolo ne fa una bandiera per il proprio apostolato. Il laico odierno reclama la propria libertà da ogni vincolo religioso. Non ne ha del tutto torto. Da certe forme di costrizione religiose si era svincolato anche Gesù. Eppure Gesù non si era “liberato” dal Padre e dallo Spirito, sostanza della fede.
Certamente un certo laicismo si vuol liberare dalla religione per non subire vincoli nel comportamento morale. Per ciò stesso esalta la “libertà” sessuale, la libertà di omicidio dei non nati, la libertà nell’arricchirsi a danno dei poveri, insomma tutto quanto è proclamato dal libertarismo. Però il libertarismo richiede “leggi” libertarie, quasi non accorgendosi che anche così si adegua alla legge, ossia non è esente da “dipendere”.
Eppure Paolo si rivolge anche ai libertari di Corinto, quelli che la storia definiva come corretti, e che poi, nella fede in Gesù, scoprono la “legge” naturale, quella che in Gesù li costituisce, finalmente, uomini.
Gesù non impone leggi, perché lui offre semplicemente vita. E così le categorie di vita e di morte, assumono un nuovo significato. Gesù offre se stesso, via, verità, vita. Abbracciare Gesù, è assicurare la nostra salvezza.
10.04.18

Preti e verità

Preti e verità
Serpeggia una sfiducia verso il clero, dopo le accuse di pedofilia. Se dobbiamo sfiduciare le persone per la pedofilia, resterebbero al loro posto, militari, magistrati, fornai?
Gesù è chiaro: non sfiducia neppure i suoi antagonisti. Egli indica di distinguere la loro condotta, dal loro insegnamento. “Fate ciò che vi dicono, ma non fate ciò che loro fanno”.
Oggi si può notare uno sport, giornalistico o no, nel denigrare la verità, indicata da Gesù anche attraverso i suoi apostoli (“andate e insegnate a tutti”), solo perché i vasi, che contengono e trasmettono la parola di Gesù, sono crepati.
Purtroppo molti pretendono di condannare le verità di Gesù, trasmesse dalla Chiesa, perché scoprono dei cocci del vaso della verità.
Con ciò si assolvono superficialmente coloro che sono caduti nell’errore o nel peccato. Soltanto, anche se annunciate da voci stonate, le verità di Gesù restano. La mia parola dura in eterno.
Ai cristiani credenti (non tutti i mezzi di comunicazione sono cristiani credenti), rimane il compito di trasmettere la salvezza del Vangelo, e in quanto è loro possibile, aggiustare i cocci, con l’amore, con la preghiera, con l’azione.
Forse a ciascuno di noi (e a ciascuno di noi, poveri peccatori per dono di Dio pentiti) Gesù dice: Vai avanti con la verità da me vissuta e proclamata, ma ogni giorno riaggiusta il tuo comportamento, sicuro che la misericordia del Padre, non desiste mai dall’amarti e dal perdonarti.
13.04.19

Scadalizzati per lo scandalo

Scandalizzati per lo scandalo
È fatale che avvengano gli scandali, ma guai a chi li provoca (Mt 18, 7).
Lo scandalo è provocato da chi erra, però esiste uno scandalo subdolo, raffinato e perciò più intenso, provocato da chi propaga la noti-zia dello scandalo con il nascosto e intenso piacere di esporre lo scandalo per giudicarlo. Da questo perverso e nascosto piacere dello scandalo, può non essere esente anche chi si trincera sotto la maschera del “dovere” di cronaca.
Chi riferisce di uno scandalo, scandalizza chi ascolta.
Il questi giorni la stampa sembra compiacersi nel rilevare l’omosessualità del clero, alto e basso. Prima di tutto sappiamo che solo colui il quale è senza peccato può scagliare la prima pietra. Però senza peccato è Dio, e Gesù divenne uomo in tutto fuorché nel peccato. Solo il Padre e solo Gesù sono autorizzati a scagliare pietre. E, guarda caso, il Padre cristiano è misericordioso, e il Figlio patisce per ricuperare i pec-catori.
Gli errori degli altri sono ricordati da noi in due maniere: con la misericordia o con la condanna che giudica. “Poverino, anche lui ha sbagliato” (e in quel “anche” ci siamo dentro tutti noi!). “Disgraziato che ne combina di tutte!”. Misericordia: poverino. Giudizio: disgraziato.
E Gesù che insiste: “Non condannate, e non sarete condannati”.
Forse, tra le altre riflessioni, può essere utile, prima di tutto di-stinguere la tendenza omosessuale, dalla pratica genitale omosessuale; poi il dovere cristiano di aiutare chi sbaglia, perché resta sempre nostro fratello.
14.02.19