Sacra Scrittura

Sacra Scrittura  

La chiamiamo “Sacra Scrittura”, ossia uno scritto che riguarda “il sacro”, l’area fuori dal profano, riservata alla relazione di Dio con l’uomo e dell’uomo con la divinità.

Se è “sacra” è forse prodotto divino? Siamo certi che Dio, creando Adamo, non gli insegnò l’alfabeto e la grafia. Dio si interessò fondamentalmente della salvezza della sua creatura, della sua felicità: attenzione di non mangiare di quel frutto, altrimenti morirai!

La Scrittura, ebraico-cristiana, non è un prodotto finito, confezionato per intero e calato impacchettato tra gli uomini. Questa triste affermazione purtroppo è stata propugnata da un’altra parte, quella parte che addirittura afferma che in cielo si parli arabo (come fanno gli angeli a comprendersi, loro che non hanno studiato l’arabo?).

Dio, nella sua bontà, si unisce all’intelligenza e al progresso dell’umanità, e si serve dei mezzi che l’uomo inventa per comunicare, tra questi appunto la scrittura… e oggi l’internet.

Dio scrive le “tavole della Legge” in quanto si serve dell’opera umana per manifestarsi. È questa la dinamica del Verbo che divenne carne e abitò tra noi.

Un autentico genitore non versa l’enciclopedia Treccani sul bambino di pochi mesi, ma si ingegna di balbettare con lui.

Anche nostro Padre utilizza i mezzi che l’uomo scopre, man mano che l’uomo (l’umanità) cresce.

Il Padre ci accompagna, non ci scavalca.

L’unico maestro

L’unico maestro  

“Voi non fatevi chiamare rabbi [insegnanti], poiché uno solo è il vostro Maestro, voi siete tutti fratelli” (Mt 23, 8).

Si può accostare a questa frase di Gesù, il titolo dell’enciclica che designa la chiesa come “Mater et Magistra” (Madre e Maestra). È questo un titolo illegittimo? Arrogato da una autorità umana? No.

Gesù aveva detto: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni” (Mt 28, 19). Ammaestrate: fate i maestri.

Notiamo che gli Apostoli non erano andati a frequentare le scuole rabbiniche in tutti i loro gradi. Invece Paolo l’aveva fatto, frequentando la scuola di Gamaliele, eppure egli rinuncia a tale corso di teologia.

Gesù manda i suoi “insegnando tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28, 20). Gesù quindi ci costituisce insegnanti nel ripetere la sua parola, non quella della scuola dei rabbini, della sapienza greca, delle religioni orientali.

E l’esigenza di “insegnare” è un compito di noi chiesa, naturalmente missionari.

La chiesa è il contenuto della persona e della parola di Gesù. La chiesa nella sua totalità: papa, vescovi, preti, cristiani tutti.

Quando, nella nostra piccolezza, riecheggiamo la parola di Gesù, siamo rivestiti del potere di Gesù nel comunicare la verità. L’unico Maestro, in realtà, è tutti coloro che credono in Gesù.

Da qui la necessità di confrontare ogni nostro insegnamento per il bene e per la luce delle persone, con lo specchio della Parola di Dio.

Non è male se, per assumere il nostro insegnamento cristico, rileggessimo il documento “Dei verbum” del Concilio recente.

Spavento e amore

Spavento e amore  

Timore o amore; spavento o rassicurazione.

Gesù è inviato dal Padre per l’amore e per l’assicurazione.

La prima parola del Nuovo Testamento, pronunciata da un messaggero di Dio è: “Non temere, Maria”. L’assicurazione contro lo spavento.

Certamente lo spavento potrebbe dominare la vita e il comportamento di molte persone.

Spavento della morte: suicidio, alcolismo, viaggi, covid, ecc.

Spavento per l’estetica: quintali di creme, e battaglioni di estetiste.

Spavento per la fame e per la povertà: ladri e accaparratori.

Spavento per l’esame: insonnia e psicofarmaci.

Eppure resta: “Non temere, Maria” e “Sono io, non temete”. “Non temere: da questo momento sarai pescatore di uomini!”.

Nelle circostanze, nelle quali gli uomini sono spaventati, interviene il rassicurante divino: “Non temere!”.

Eppure noi restiamo sulla posizione di quel Don Abbondio, che non si vuol staccare da noi: “Il coraggio nessuno se lo può dare da sé!”.

Evidentemente questo accusa il nostro non sentirci di Gesù. Anche Gesù, in faccia alla passione “cominciò a esser triste, ad aver paura”. Però lui ci insegna: “Però mi affido a ciò che tu vuoi”.

Gesù è contrario al diavolo e ai poteri minacciosi. Perciò indica e dispensa il suo “Non temere”.

Gesù unisce

Gesù unisce  

Gesù costruì intorno a sé un gruppo: alcune persone da lui furono scelte, altre sentivano il bisogno di unirsi a lui. Lo stile di Gesù è lo stile della chiesa: missione e accoglienza. Quando missione? È arduo saperlo. Quando accoglienza? Sempre.

Questo avviene anche nel piccolo delle nostre comunità di fede. Chiamare e accogliere.

Così è anche dell’incontro eucaristico, della Messa? È difficile dirlo. Certo che le comunità dell’inizio della cristianità si radunavano solo tra i credenti. Altri non erano esclusi, se non quelli che potevano arrecare danni o disarmonie. Si costituì così l’ordine dell’ostiariato, di coloro che, alla porta, facevano entrare solo facce note.

Il bisogno della reciproca conoscenza, regolava la partecipazione ai raduni. Reciproca conoscenza e, soprattutto, unica fede. Comunità di fede, che era formata da fratelli, da conoscenti capaci di intuire e di partecipare.

Reciprocità di conoscenza nella reciprocità di fede.

Che cosa dire delle messe oceaniche in piazza S. Pietro, o delle nostre messe, partecipate da persone che non si conoscono?

È vero sempre però, che quando una persona, a noi sconosciuta, partecipa alla stessa comunione, non è più un’estranea, perché nello stesso Gesù è riconosciuta dai presenti.

Oggi l’Eucarestia è vissuta sia durante una messa cenacolo, che durante una messa assemblea. È sempre lo Spirito di Gesù che penetra e unisce. Anche quando le persone si ritrovano per obbedire al precetto festivo.

In quella situazione Gesù e chiama e accoglie.

Padre sì, eroe no

Padre sì, non eroe  

L’eroe è l’anti-dio? Giove punisce l’eroe. Certamente il culto dell’eroe si oppone al culto del Dio vivo e vero.

Nel nostro tempo, gli eroi, meritevoli di esser collocati nell’Olimpo, sono molti: grandi attori, assi dello sport, celebri scrittori, e via dicendo. Il mondo per reggersi nell’illusione, necessita di eroi. Talvolta perfino i santi sono venerati quali novelli eroi, forniti di virtù eroiche.

Anche i politici sono venerati e seguiti in quanto eroi; soprattutto i politici che si presentano sicuri e strafottenti. È questo il cancro della presente società, o di quella dei Napoleone, degli Hitler, di Mussolini. Il ridicolo si attua, quando gli stessi personaggi si credono onnipotenti. Ricordo ancora quel povero soldato tedesco, durante l’ultima guerra, il quale estraendo dal portafoglio logoro, un ritaglio logoro di giornale, che recava la figura di Hitler, affermava che per Hitler sarebbe volentieri morto.

E poi gli eroi politici contagiano numerose persone.

Gesù, per queste persone (lo rileviamo dai loro discorsi) è una figura secondaria e manipolabile.

Il danno marchiano accade, quando anche Gesù è trattato da misero eroe, e non da Figlio di Dio. Perfino Dio, quando è rappresentato da guerriero onnipotente, può incorrere nell’eroe sublime, che perfino vince le battaglie, se non si va oltre certe raffigurazioni del dio onnipotente.

Gesù, che di Dio se ne intendeva, lo ha declassato da sublime eroe, per assicurarci che Dio è “semplicemente” nostro papà. Amore non forza, tenerezza non potenza smodata. Un padre di cui possiamo tranquillamente fidarci.

06.09.19

Santi nel lager

Santi nel lager  

Oggi tutti ricordano la shoah, il trucidamento degli Ebrei, nel lager di Auschwitz. Non ho letto – a quanto mi è occorso – un solo cenno su una persona, sebbene non ebrea, trucidata ad Auschwitz, e vissuta nella santità in quel lager, e da lì “salita” alla gloria del cielo: Padre Kolbe, anche lui vittima della ferocia della Gestapo.

Io, nel breve periodo postbellico, che trascorsi a Roma per studi, ebbi la ventura di entrare in confidenza con due miei confratelli usciti da Oświȩcim-Auschwitz. Mi interessavo allora della Milizia dell’Immacolata, fondata dal P. Kolbe, e chiesi ai due confratelli notizie sulla morte del P. Kolbe. Così per primo potei comunicare in Italia le circostanze della morte del P. Kolbe, condannato a entrare nel lager proprio come quei miei due confratelli. Comunicavo con loro con quel po’ di tedesco che conoscevo (e che ora ho dimenticato!).

Quei due avevano sperimentato il lager della morte, e all’arrivo dei Russi (comunisti liberatori!) furono liberati e, per non andare in Siberia, si arruolarono nell’esercito di Anders, quell’esercito ricordato nella presa di Montecassino.

Ebrei e clero cattolico erano uniti nel catalogo di morte della Gestapo, dirigente ad Auschwitz. Unico destino, e purtroppo oggi, destino non condiviso nella memoria della shoah, come si sta perpetrando anche nelle pagine di certi giornali.

Mi sovviene anche di Suor Maria Benedetta, santa dichiarata e morta nel lager polacco.

Forse la memoria del sacrificio sarebbe illuminata e vissuta meno atrocemente, ricordando i santi coinvolti.

27.01.20

Araldo di Dio

ARALDO DI   DIO   

Virtù e/o manifestazione di Gesù?                                                                                                  Io devo essere “buono” per curare e aumentare le mie virtù e con esse la tranquillità della mia coscienza (più o meno borghese o aristotelica e stoica) o per non privare Gesù, il nostro Salvatore e amico, della sua presenza nel mondo, attraverso la nostra presenza?

“Vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre” dice Gesù. Non dice: Vedano le vostre virtù e battano le mani-

I battiti delle mani le riserviamo per attori e attrici, per politici e calciatori.

Il nostro essere, la nostra vita sono del Padre e per il Padre.

E’ vero purtroppo che spesso noi, a nostro favore, sostituiamo la gente che loda i farisei, con il fariseo che sta dentro di noi e ci loda. Gesù dice. “Cercate la gloria l’uno dall’altro”.

Sentirci semplici manifestazioni di Dio, è come essere l’uomo Sandwich, che parla di Dio al mondo. Il prodotto che mostriamo è solo l’opera di Dio in noi.

Questa è la nostra gloria, concorrere alla manifestazione della gloria di Dio. L’onore di essere gli araldi del Gran Re, come indicava Francesco d’Assisi.

Allora il suo onore sarà lo stesso nostro onore, perché indossiamo la livrea di figli di Dio. Che pretendiamo di più o d’altro?

Che m’interessa l’essere virtuoso, se posso essere semplicemente araldo del Padre.

Amore e sempre amore

AMORE E SEMPRE AMORE  

Un certo numero di medici e infermieri sono morti nell’aiutare gli ammalati di Covid 19. La notizia non fa piacere, anzi… Eppure, anche senza che ne prendano coscienza, i medici afflitti da coronavirus, a causa del loro compito, sono sulla scia di colui che è morto per liberarci dal male del peccato.

Gesù l’ha messo in bocca al giudice ultimo, dal quale non è possibile sgusciare: “Ciò che avete fatto agli ultimi, l’avete fatto a me”. Evidentemente oggi tra gli ultimi trovano posto gli afflitti da Covid 19. Anche per ridestare la compassione ci è venuto addosso questo flagello. Il Vangelo ci ricorda le donne che piangono sul Gesù torturato prima e morto poi.

Contro i sentimenti di livore del clero giudaico, Dio suscita la pietà del popolo, o almeno di una parte di esso. C’è sempre un “resto”, che Dio ha con sé.

Un resto, però un resto che ama. R l’amore è superiore a ogni sentimento.

Si dice che alla fine saremo giudicati sulla bellezza. E che cosa è più bello dell’amore?

Quando Dio vuol manifestare la potenza, la manifesta risuscitando il Figlio, perché il Padre ama il Figlio e gli rivela tutto.

Proprio nel seno della morte, il Padre inietta la potenza dell’amore. In questi giorni, poco o tanto, siamo ghermiti dal senso della morte. E’ proprio il tempo del pieno abbandono, nelle braccia del Padre. Un abbandono sempre attuabile, perché il Padre è presente “ogni volta che lo invochiamo”.

Aiutami ad aiutarti

Aiutami ad aiutarti  

Mi è venuto spontaneo parlando con le persone che mi accompagnano nello scorrere evangelico della “Lectio divina”: aiutatemi ad aiutarvi.

Poi ho semplicemente rilevato che in ogni rapporto umano positivo si attua il criterio “aiutami ad aiutarti”. Si tratta di una dinamica che, se vissuta, facilita i rapporti.

Che cosa posso offrire al medico, dal quale mi reco per aiuto, per aiutarlo a mia volta? Gli offro l’aiuto della mia fiducia in lui e, spesso, della mia umana simpatia.

L’accorgermi di ciò che io posso donare a ogni persona che accosto, mi rende molto agevole l’incontro.

Credo che a ciascuna persona mi è possibile donare l’aiuto del rispetto. Già questo è il mio povero ed efficace aiutare.

Tutti noi constatiamo se chi ci avvicina ci dona l’aiuto. Forse non sappiamo definirlo a parole, ma lo viviamo. Il sorriso nell’incontro, il ricordo di valori condivisi, l’accoglienza, sono tutte lubrificazioni per il rapporto, sono aiuti a rendere l’incontro soave e positivo.

Aiutami ad aiutarti è un modo di vivere ciò che Gesù ci indica come fondamentale per il “Regno dei cieli”: l’amore fraterno reciproco, la carità stimolata e sorretta dallo Spirito Santo.

È una specie di adito allo spirito e alla lettera del Vangelo. Essa ci pone a contatto con l’altro in una parità di livello.

Sto pensando a quanto cambierebbero i rapporti nella società se il datore di lavoro s’accorgesse davvero che il lavoratore aiuta per essere aiutato!

Parola di vita etrna

 Parola di vita eterna  

Tu hai parole di vita eterna.

Parole che indicano la vita divina. E la producono.

Parole, di più, che contengono la vita eterna, perché esse sono il Verbo che comunica e dona se stesso.

Noi assorbiamo la vita stessa di Dio, se ci lasciamo invadere, grazie all’azione dello Spirito Santo, da Gesù che parla.

Sappiamo che il più alto gesto comunicativo è la parola. Gesti, odori, figure sono percepibili facilmente dagli animali. Essi percepiscono, non capiscono, anche il suono delle parole; ma il significato di esse è specialità umana.

Quando Gesù parla (oh! magnifica invenzione: Vangelo e Chiesa!) trasmette sia un significato, sia la vita divina (parole di vita eterna).

Il nostro ultimo destino è la vita eterna dei risorti. Le parole di Gesù, comunque ci raggiungano, sono vita eterna in Gesù e in chi crede in Gesù. Notiamo: non solo credere a Gesù, ma credere in lui, abbandonarci a lui, assimilarci in lui.

Gesù eleva il pane e il vino al suo piano, facendoli sé stesso. Gesù eleva la parola sullo stesso livello.

Parole che non intendono farsi soltanto comprendere, ma producono ciò che la fede intuisce e crede.

Fu detto che se la gente comprendesse davvero ciò che è l’Eucarestia, sarebbe necessario sprangare tutti i tabernacoli.

Per la presenza di Gesù nella sua parola di vita eterna, è tutto l’opposto. Se si comprendesse davvero la Parola, sarebbe necessario moltiplicare i pulpiti e le edizioni.