Gesù allontanato

Gesù allontanato
Venite a me, voi tutti: Gesù parla, ed è consolante rivolgerci a lui, quando qualsiasi idea o qualsiasi persona ci distolgono da Gesù.
Anche un certo modo di esprimere il rispetto del sacro può allon-tanarci da Gesù. Una religione e una dottrina hanno la capacità di allon-tanarci da Gesù, nostra unica salvezza.
Infatti un’esaltazione religiosa del senso del sacro, può ostacolare l’impatto con il Salvatore. Quando Gesù è considerato un “oggetto sacro” da trattare con accortezza e con timore, allora scompare il senso dell’incarnazione. Il sacro è luogo riservato alla divinità, e, per accedervi, è necessario togliere i calzari (Mosè), o lavare i piedi (Maometto). Sem-bra proprio che il terreno del sacro bruci, e che è necessario entrarvi con ogni precauzione. Riti purificatori di ogni tipo, sono necessari per rag-giungere con difficoltà colui che dice “Venite da me”, e che si lascia ba-ciare i piedi da una “peccatrice”. Mentre è proprio perché peccatori ci vuole con sé, medico e salvatore.
A questo truce “senso religioso”, si aggiunge una certa dottrina, ancora corrente, che sottolinea il peso del peccato, dimenticando il peso della grazia. Essa esalta il peso del peccato per allontanare dalla legge-rezza della grazia. “Il mio peso è leggero!”. Però una congerie di dottrine severe, di leggi restrittive, ci tengono distanti da quel Logos divenuto “carne”, e che, per togliere ogni difficoltà nel penetrarci, si è fatto pane. La dottrina nota tutti gli impedimenti a mangiare questo pane: dal digiuno eucaristico, al novero di peccati che ci impediscono il contatto con quel Gesù, che è sempre a contatto con noi.
Ma Gesù è sempre, ogni momento, il liberatore.
02.02.19

Ancora sul “nuovo” sacerdozio

Ancora sul “nuovo” sacerdozio
Ritorno sul cambiamento che si inizia a vedere nella chiesa, quello della diminuzione, in molti aspetti, dei sacerdoti, e anche di un certo modo di concepire il sacerdozio.
Piccoli cenni si notano nell’attribuire al “laici” alcuni riti una volta esercitati solo dai sacerdoti. Ho letto anche della celebrazione dell’Eucarestia domenicale in assenza del sacerdote.
Purtroppo rimane, in sottofondo, la differenza tra clero e laicato. Ed è strano. Infatti in Paolo leggiamo che in Gesù non c’è più differenza tra ebrei e pagani, tra uomo e donna. In Gesù non si creano differenze, ma si distruggono. Chiedo: potrà sempre resistere la differenza tra clero (capace di tutto) e laicato (limitato nella sua azione)?
Pur derivando, sotto molti aspetti, il comportamento dei credenti da tradizioni ebraiche, i sacerdoti, dei quali parlano le Scritture, sono quelli adibiti al Tempio di Gerusalemme, e solo a questo tempio. Nelle periferie si organizzavano le sinagoghe, con un semplice capo di sina-goga.
Soprattutto dopo Costantino, si ebbe un clero, con sacerdoti “pi-gliatutto”, tanto che solo loro amministravano i sacramenti, principalmen-te l’Eucarestia. Una delle tristi conseguenze dell’unione tra prete ed Eu-carestia, fu quella di far perdere Gesù Eucarestia, quando fu negato il sacerdozio, in alcune numerose comunità cristiane, dove rimase “solo la Scrittura” senza i sacramenti.
Siamo in un felice tempo, nel quale emerge il “sacerdozio regale” di Cristo, partecipato alla dignità di ogni credente.
16.01.19

Gesù Dio, non toglie l’amicizia

Gesù Dio, non toglie l’amicizia
L’agire di Gesù verso Giuda, includeva una qualità divina, che ci aiuta a conoscere Gesù. E anche a imitarlo? Gesù, in quanto maestro, richiede l’imitazione. “Se io, Signore e Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovreste lavarvi i piedi reciprocamente” (Gv 13, 14).
Però quello che Gesù, categoricamente chiede ai suoi è la testi-monianza: “Anche voi [assieme con lo Spirito Santo] mi date testimo-nianza, perché siete con me fin dall’inizio” (Gv 15, 27).
Nel comportamento di Gesù ci lascia (mi lascia) perplessi: il suo rapporto con Giuda. “Gesù sapeva fin dall’inizio chi erano coloro che non credevano e chi era colui che l’avrebbe tradito” (Gv 6, 64). Il minimo che io avrei detto a Gesù: “Mandalo fuori dai piedi”. E Gesù no. Perché? Giuda era incluso nell’intelaiatura dell’opera di Gesù, che non ascoltò me, ma che faceva sempre ciò che voleva il Padre.
Giuda era uno dei dodici. Tutto ciò che il Vangelo narra dei dodici è attribuito ovviamente a Giuda. Avevano il potere di scacciare i demoni” (Mc 3, 6-7). “Ne stabilì dodici, che chiamò apostoli, perché siano con lui e perché invii loro ad annunciare e avere il potere di cacciare i demoni” (Mc 3, 14-15). Eppure Gesù aveva detto: “Uno di voi è un diavolo” (Gv 6, 70).
Giuda quindi collaborava. Gesù si serviva di lui. Fino a tutto il tempo dell’apostolato di Gesù.
Poi venne il tradimento (Lc 22, 3-4). Tradimento di sensibilità (Gv 12, 4), della persona (Mt 26, 47), della fiducia (Gv 13, 29).
Gesù svela il tradimento (Gv 13, 30), e invita Giuda ad affrettarsi a compierlo (Gv 13). Eppure l’ultimo appellativo rivolto a Giuda da Gesù fu: “Amico” (Lc 22,48). Gesù fu fedele a sé fino alla morte: “Voi siete miei amici” disse agli apostoli (Gv 15, 15).
08.02.19

Anche nella noia, Dio

Anche nella noia, Dio
La tentazione di insignificanza è alla porta di tutti: giovani e an-ziani. Il non essere a livello di ciò che ci proponiamo di raggiumgere o il semplice trascorrere la giornata senza entusiasmo o ammalati (anche di noia), mettono nel nostro sentire quel sapore rancido di sentirci inutili, perfino quando la nostra giornata è stata “carica”.
Da qui la tentazione della tristezza.
Eppure Lui, il Padre, non è inattivo verso di noi, neppure il tempo di un battito di ciglia.
L’amore di Dio è eterno, non ha sosta, nemmeno quando noi ci sentiamo inutili e ci buttiamo via. L’attività amante di Dio verso di noi, fa-scia tutta la nostra giornata e tutta la nostra nottata e tutta la nostra vita. Dio sa ricavare la salvezza anche dalla nostra noia. E se, nella nostra noia, ci ricordassimo del perenne e attivo amore di Dio per noi, allora fio-rirebbe in noi la tenerezza verso il suo amore, la riconoscenza e la sem-plice preghiera e la nostra noia si accenderebbe di speranza e di lode.
Quella lode, per la quale Dio ha creato l’uomo e l’universo. La gloria di Dio è l’uomo vivente. Vivente non eroico.
Forse, nei momenti di noia o di sofferenza, se si sprigionasse la luce dell’essere lode di Dio, i nostri anni li troveremmo validi e dono.
Per Dio che ci ama, nessun istante del nostro esistere è insignifi-cante, sebbene noi o il giudizio di chi ci attornia crediamo che “non valga la pena”.
Non ci hanno insegnato che ogni respiro, ogni passo, ogni sguardo, sono doni per i quali ringraziare. Non ci hanno detto che dopo aver pregato si deve ringraziare il Padre per averlo pregato.
22.01.19

Divenne uomo

Divenne uomo
Gesù è il Logos diventato carne e abitante tra noi e con noi. Lui è l’ultimo grado (escatologia) di salvezza per gli uomini. Il ripiegare su altre salvezze, più o meno religiose, è un precipitare all’indietro, illudendosi di trovare la salvezza definitiva, che oltrepassa la morte (risurrezione!) in altri escamotages, che conducono al vuoto, quando non è il baratro.
Su questo Logos divenuto carne, si incentra ogni nostra fede e ogni nostra gioia serena, che non teme più la vita, per quanto nel vivere troviamo dolori, inimicizie, cadute.
Per chi possiede il dono della fede, e per ogni persona capace di riflettere, quel momento epocale, nel quale il Verbo divenne uomo, è considerato l’apice della storia umana, e la certezza della nostra salvezza.
Per il credente in modo assoluto. Il credente, ossia colui che accoglie la luce di Dio, che illumina ogni uomo. La fede non è la quintessenza degli sforzi umani per raggiungere il centro della persona. Essa è un abbandono fiducioso a Dio, soprattutto quando arriva all’uomo la luce di Dio, attraverso la Parola di Gesù, ma anche attraverso l’accoglienza di un retto ragionare sulla realtà che ci sta sotto gli occhi, come scrive anche Paolo nella Lettera ai Romani e come troviamo nelle parole di Gesù: “Sapete interpretare i fenomeni atmosferici e non vi accorgete della mia presenza?”.
Il culmine della presenza di Dio tra gli uomini, è quando il Logos diventa uomo e si stabilisce tra di noi.
28.11.18

Servire non comandare

Servire non comandare
Ogni rapporto umano, correttamente vissuto è servire. Gesù vive il suo servizio nell’amore. Il rapporto umano, reso servizio, deve essere intriso di amore e di carità, per non pervertirsi.
Il calzolaio serve, la lavandaia serve, l’insegnante serve, il prete serve. Spesso il servizio è intrinsecamente amore. La mamma che ac-cudisce al suo nato, lo fa perché ama ciò che è suo.
Il poliziotto serve l’ordine pubblico, il magistrato serve non la giustizia astratta, ma la vita di quella persona, che lui ha il compito di giudicare.
Ogni rapporto umano, l’universo di rapporti umani, è destinato al servizio. Con quale atteggiamento: di aiuto servizievole o di pretesa di comandare? Anche la cosiddetta carità (elemosina) è una relazione umana. Eppure da servizio (aiuto) può trasformarsi in umiliazione (tu, aiu-tato sei inferiore a me). Qui non avviene la cosiddetta carità pelosa, che guarda solo la quantità dell’offerta, ma la sottolineatura di piani sociali.
Lo scivolamento dal servizio al dominio si avvera, perché subentra la percezione del “tu non hai, io ho”. Purtroppo la storia della Chiesa è emblematica per osservare questo scivolamento. E tale scivolamento non si trova nel dominio di organizzazione e di ricchezza pecuniaria, ma anche in un settore delicatissimo: “Io posseggo la forza della divinità e perciò ti domino!”.
Gesù aveva avvertito i suoi ed avverte continuamente noi. Incaricati da lui ad aiutare l’uomo nel trovare il giusto rapporto con Dio, ci si è dimenticati che i grandi della terra dominano … voi no!
21.01.19

Contatto con il Padre

Contatto con il Padre
Io sorrido davanti a certe persone, che si vantano: “Io ho giocato a briscola con il Presidente della Regione”. “Io dò del tu al presidente degli industriali”. “Io posso telefonare in qualsiasi momento al numero personale del questore”. “Io qua, io là, ecc.”.
Son vanti comprensibili: contatti con persone “arrivate”, dalle quali mi sento illuminato.
Io, io … Mi sembra di udire una di quelle frasi che S. Paolo, can-zonava nella Lettera ai Corinzi: “Io sono di Pietro, io di Apollo …”. A questi vanti, che procreavano dissapori dentro la comunità, Paolo spara un deciso “E io di Cristo!”.
Noi cristiani di fronte al miserevole vantarsi dei contatti con uo-mini altolocati, possiamo dire con gioia e con semplicità: “Io mi vanto di essere a contatto con Dio!”. Credo che non sia poco. Inoltre posso pren-dere diretto contatto con lui, non attraverso il telefono, ma in ogni mo-mento. In ogni momento posso dirgli “Padre” e la mia vita si illumina … d’immenso.
Io dico “Padre” e in quell’istante in me si “attiva” lo Spirito Santo.
Il bello è che tutta la mia vita attiva questo contatto, perché sem-pre il Padre sta attivando il contatto con me.
Il contatto immediato con il Padre, mi aiuta al ringraziamento. Ogni vanto, che mi distingua da altri, è escluso, perché siamo milioni, che ogni giorno attiviamo consapevolmente tale sublime contatto, e allora il nostro vanto è soffocato dalla gioia universale, e dal tripudio per essere “del nostro Dio”, che poi è il Dio di tutti. Anche di quelli che si vantano di aver giocato a briscola con il presidente.
31.01.19

Spaccatura nella storia

Spaccatura nella storia
Solitamente si pensa al Battesimo di Gesù come a un mero e in-significante episodio della sua vita. Così non è considerato, come ci rife-riscono gli Atti degli Apostoli, da S. Pietro, quando egli deve sostituire il suicida Giuda con un nuovo apostolo. Infatti la condizione richiesta fu quella che la persona da eleggere fosse stata presente con loro fin dal giorno del Battesimo di Gesù.
Il Battesimo segna una “frattura” non solo per la biografia di Gesù, ma – come si è già ricordato – per la storia dell’umanità.
Con il Battesimo Gesù abbandona la “vita privata” così ben ricor-data principalmente dall’evangelista Luca, e entra nella sua “vita pubbli-ca”.
Per l’umanità, ivi incluso lo stesso battezzatore, si passa dal tempo della giustizia, secondo la Legge di Mosè, al tempo della grazia escatologica, ritmata sulla nuova esistenza di Gesù. Con il Battesimo si “completa” il tempo della “giustizia” per introdurci nell’esperienza del “Fi-glio amato”.
La nuova era ci coinvolge, e anche attraverso noi credenti, si e-volve verso la vita eterna, ossia verso la situazione escatologica.
Il Battesimo separa il Gesù che agiva “secondo la legge” (come continua a ricordare l’evangelista Luca), dal Gesù che agisce come “Fi-glio amato”, investito di Spirito Santo, che “scende su di lui”.
Nella evoluzione secondo lo Spirito sono coinvolti tutti coloro che sono diventati figli nell’unico Figlio, e che stanno salvando il mondo dalla catastrofe. Siamo noi.
14.01.19

Ci ha lasciati

Ci ha lasciati
Quando leggo gli annunci funebri nel giornale, mi lascia irritato una frase spesso ripetuta. Essa è: “Ci ha lasciati” o “Ha lasciato la sua famiglia”. Quando poi si vuol addolcire l’asprezza dell’abbandono, vengono in soccorso gli angeli: “È salito fra gli angeli”. E poi una frase che echeggia un detto di Gesù: “È tornato al Padre”. Quindi è da un’altra parte, là dove c’è esclusività.
Non so che cosa scriveranno per me, quando io morirò. Debbo confessare che sono sempre più sicuro che anche a me capiterà di morire.
Per me sarebbe bello che si scrivesse: “Ci è vicino in una nuova forma”. E poi non ha senso una messa con le gramaglie, ma ha senso una messa di Gloria, cantata da tutti: è avvenuta la volontà di Dio.
Per il funerale “laico” (tutti i funerali rivestono la sacralità di una vita voluta da Dio, e passata sotto lo sguardo e l’amore di Dio!) di Dario Fo, si sono fatti canti come “Bella, ciao!”, perché per un funerale cristiano non si debba cantare e “brindare”, come nell’”agape”?
Certo il nuovo incontro con il Padre, desterà meraviglia in chi “ritorna” a lui, una meraviglia beata. La grandiosità di una piccola persona, alla quale si svela l’Eterno, l’Immenso, il Tutto, “Amore”!
Il pianto non è proibito a chi ancora è nel pellegrinaggio e sente mancare qualcuno. Ma questi è nella luce, e di questa luce la fede ci rende certi.
L’enciclopedista francese diceva dei conventi: “Vivono assieme senza conoscersi, e muoiono senza rimpiangersi”. Come si può piangere su chi è totalmente e ineditamente con Dio? Il non conoscersi dipende dalle regole, che spostano i frati come pedine, e non fanno a tempo conoscersi, perché dopo poco sono spostati da un’altra parte. Ma il non piangere è il frutto

Io sono di Cristo

Io sono di Cristo
Tutte le cose sono di voi. Però voi siete di Cristo, e Cristo è di Dio (1 Cor 3, 22-23).
Il risolversi dell’esistere in Dio, è il ritornare al principio.
La catena non può scindersi. Ogni uomo vi è inserito, e chi pre-tende di liberarsi trova scosso miserevolmente il proprio risolversi in Dio. Anche il suicida, che si illude di consegnarsi all’ombra del nulla, si trova inserito in questa catena, ma non godendo tutti i vantaggi dal cedersi li-beramente a quel Cristo, che si risolve nel Padre.
Tuttavia, noi dotati di libertà intellettiva e attiva, siamo chiamati a entrare con gioia in questa catena, che, risolvendosi in Dio, si risolve nella gloria.
Quando Paolo ricorda questa catena, lo fa per sedare un males-sere all’interno della comunità. I cristiani vantavano le loro “origini”: io sono discepolo di Paolo, io di Pietro, io di vattelapesca. Paolo richiama che la nobiltà cristiana, non dipende dal predicatore, ma da colui che è predicato, ossia soltanto da Cristo.
Oggi serpeggia qualche cosa di simile: io sono del gruppo A dei catecumeni, io sono del gruppo B dei carismatici, io del gruppo C del Terz’Ordine, io del gruppo D della parrocchia. Di per sé non è disdicevole il dichiarare una qualche appartenenza, ma è importante che quella appartenenza conduca all’unità di tutti, che è Gesù.
È quello che indica Paolo: “Io sono di Cristo!”.
L’appartenenza, ora e sempre, a Cristo, aveva suggerito ai fedeli di Antiochia, di denominarsi “cristiani”.
14.01.19