Sono uscito da Dio

Sono uscito da Dio
Un verbo nel Vangelo di Giovanni continua a venirmi davanti. Si tratta del verbo “ecseghesato”. Il latino lo traduce con “enarravit”. L’italiano con “lo ha rivelato”. Narrare e rivelare non sono errati, ma non rendono bene il vocabolo, tanto che per indicare la rivelazione è quel verbo, che ritroviamo nell’Apocalisse, che significa appunto rivelazione.
Il verbo indica un “condurre fuori”, “far uscire”. È più incisivo del semplice rivelare, cioè togliere il velo. Si toglie il velo che nasconde, ma l’oggetto nascosto rimane, non necessariamente è “spinto fuori”.
Rivelando si apprezza e si ammira, facendolo uscire si abbraccia. Ed ecco Dio presente in Gesù. Giovanni nella prima lettera, parla di ciò che abbiamo visto, abbiamo udito e che le nostre mani hanno toccato del Logos vivo!
Il Logos è nel “seno” del Padre, ed è stato fatto uscire. Quasi un cenno alla maternità di Dio, non solo come sentimenti, ma anche come azione.
Gesù dice chiaramente: “Sono uscito da Dio”. Presenza sicura e “tattile” di Dio in Gesù. Nella sua bontà, Gesù ha voluto prolungare nel tempo la presenza “tattile” di Dio, ed ecco l’Eucarestia. Gesù vivente sulla terra aveva portato in sé la presenza concreta di Dio: “Chi vede me, vede il Padre”. Toccando il suo corpo, si entrava in contatto con il Padre. Oggi toccando l’Eucarestia, con il concreto toccare e mangiare pane e bere vino, ritorniamo a percepire la presenza tattile di Dio!
18.10.18

Utilizzare tutto

Utilizzare tutto
Una congiura contro di noi, la perpetrano, l’educazione, la società e anche la psicologia. Esse tentano di raschiare le miserie accumulate durante l’esistenza: le paure, i limiti, i difetti, i peccati, le ignoranze, le “difese psichiche” ecc. Vogliono renderci perfetti, senza limiti, tutti lindi e potenti.
E intanto rimangono in noi le strettoie, le ferite del passato, i limiti (nonostante l’assertività). Perfino i ministri vogliono cancellare malattie, delitti e profughi. Evidentemente tra i profughi vogliono anche cancellare quel vecchio profugo, che qualche secolo fa s’era rifugiato in Egitto. Proprio lui disse di essere stato accolto in chi pellegrinava (“ero straniero” secondo il greco “xenon”).
Insomma tutte le ferite, psichiche o fisiche, lasciano la cicatrice, soprattutto quella psichica, che non si può cancellare del tutto, mai.
Le cicatrici corporee possono essere cancellate dalla chirurgia estetica. Quelle psichiche? Restano lì, o si possono utilizzare, come ogni scarto? Perfino certi direttori spirituali indicano di metterci una pietra sopra. Però sotto la pietra rimangono, non si cancellano. Ci sono, sebbene attutite, ma poco o tanto influenti. Comunque sempre patrimonio personale, nelle loro ombre e nelle loro luci.
Gesù ci indica la prudenza. Una delle parti della prudenza è l’astuzia. Si tratta di imparare a utilizzare tutte le forze che stanno dentro di noi, e non di sopprimerle. Si sopprimono solo con la fantasia, e quelle rimangono. È “astuto” utilizzarle bene.
14.07.18

L’eroica attesa

L’eroica attesa
Un mio conoscente, sposato con figli già cresciuti, mi disse le seguenti frasi.
Lei [NB.: lei sarei io] incita a leggere il Vangelo, con assiduità, tutti anche i ciechi. Ebbene ecco cosa mi è capitato. Io sono il classico cattolico italiano, che ha l’allergia a leggere il Vangelo, perché è già troppo quel brano di Vangelo, ascoltato durante la messa, magari con i microfoni gracchianti. Eppure mi è venuta una crisi di curiosità perfino nei riguardi di quel libretto, portato in casa, quando una mia bambina si preparava alla prima comunione.
La crisi mi aggredì in una delle prassi costanti, nella vita familiare. È prassi confermata che, quando due coniugi decidono di uscire assieme a un orario concordato, la moglie, tutte le volte, all’ultimo momento ha ancora qualche cosa da fare e il marito freme. Però ho appreso da uno scrittore americano, che egli imbrogliava l’attesa, ingannando il tempo, mettendo accanto alla sedia un libro di cultura varia. Esclamò: “Non sapete come è aumentata enormemente la mia cultura!”.
Io misi accanto alla mia sedia, tanto per provare senza convinzione, il Vangelo.
Ebbene dopo due settimane, avevo letto tutto il Vangelo di Matteo. Attendevo con curiosità che cosa sarebbe capitato con tutti e quattro i Vangeli, alla fine del mese.
Lei non crederà, ma alla fine desideravo che mia moglie si attardasse maggiormente.
Ho posto il Vangelo, per sport, come un riempitivo dell’attesa, e ora io attendo l’ora (cioè un quarto d’ora) del ritardo di mia moglie. Ah, queste donne, quante ne combinano!
23.07.18

Pari opportunità

Pari opportunità
Par condicio. Ministero delle pari opportunità, e via elencando.
Per noi, credenti, il riferimento per una parità assoluta, dove uno ha la stessa vita dell’altro, è la dolcissima trinità di Dio. La parità “assoluta” tra “Persone” (se così si può parlare di Dio, a quanto dice il catechismo) è da sempre vissuta nella Trinità.
Gesù, “abituato” alla Trinità, porta la “pari opportunità” in terra. Quella “parità” che Paolo esprime così: “Non c’è più Greco o Giudeo, circonciso o incirconciso, barbaro o Scita, schiavo o libero” (Col 3, 11). Quindi si tratta di eguaglianza, di pari opportunità, senza distinzioni. Allora libero sfogo a ogni libertà, a ogni licenza, civile, sociale, sessuale, ecc.. Quindi le leggi sulle coppie gay, sui generi maschile o femminile, su tutto e in tutti uguaglianza. Tra le altre iniziative per la parità di diritti, perché un ladro deve essere chiuso in carcere e una persona onesta abitare a casa propria?
Però a caratterizzare l’uguaglianza espressa da Paolo, c’è una parolina, che i legislatori europei ed italiani hanno cassato dai loro statuti: “In Cristo”: “Cristo tutto in tutti” (ib.).
Soltanto chi è di Gesù può vantare una vera “par condicio” e godere delle giuste pari opportunità. Altrimenti scatta la profonda differenza che così è espressa nella Lettera ai Corinti di Paolo: “Quale rapporto ci può essere tra giustizia ed empietà, o quale unione tra luce e tenebre? Quale intesa tra Cristo e Beliar, quale società tra credenti e non credenti, quale accordo tra tempio di Dio e gli idoli? “Noi siamo il tempio di Dio” (2 Cor 6, 14-16). Ecco servito un certo tipo di pari opportunità.
15.06.18

Triste Natale?

Triste Natale?
Quanti natali in giro in questi giorni! Domina, anche perché siamo in crisi?, la gastronomia. Ecco una mangiata e fa natale. E poi per natale di vestiti, di mobili, di telefonini, di sciate megagalattiche, di nuove sensazioni genitali…
E natale di caldo familiare, di renne con un tale camuffato da vecchio che guida. E poi balocchi e letterine a babbo natale per bambini.
Insomma musiche per il bianco natale.
Nella mia città si nota uno spalmare di manifestazioni coordinate e supportate dalla pubblica autorità.
Le chiese sono nominate non per il mistero enorme, che in esse si verifica, ma perché si trasformano, da chiese in sale di concerti.
La amministrazione, si presenta pagana, con un bypassaggio totale su Gesù. Neppure nominato per sbaglio nelle molte pagine pubblicate a pagamento (anche con i soldi dei cristiani!) sui diversi manifesti.
Quale tristezza! Un Natale senza cuore, senza anima, senza Gesù. E poi farisaicamente i giornali si lamentano per il solito rifrequentarsi di suicidi durante il tempo natalizio.
Dal Natale hanno succhiato, siringato la polpa del Natale, per esaltare le bucce, rese sempre più luccicanti e colorate.
Fuori della chiesa, l’unico rifugio resta la famiglia per chi ancora ce l’ha. Una famiglia, spesso pagana, che si raduna fingendo un’unione, che non c’è più.
In mezzo a questa rovina di superficialità, viviamo noi, credenti, unico rimasuglio di letizia e di felicità, autentica, perché immersi in Gesù Salvatore, e pieni di sorriso per la speranza.
GCM 01.12.11

Misericordia e sacrificio

Misericordia e sacrificio
Nella messa di stamani (vedere la data in calce, per trovare il giorno esatto), Gesù, il mite e umile di cuore – come si dice – non si lascia mettere i piedi sulla testa.
I farisei criticano i discepoli di Gesù, i quali si presero il lusso di patir fame perfino in giorno di sabato, e per sfamarsi, anziché recarsi in rosticceria, si accontentarono di strappare qualche spiga e di far tacere la fame. Per i farisei le azioni dei discepoli rappresentavano un lavoro, proibito il giorno di festa.
Gesù non si lascia vincere. Difende i suoi, addirittura portando in campo la Bibbia. Pane per focaccia. La bellezza delle parole di Gesù, si raggruma la saggezza “divina” facendo notare che l’uomo non è al servizio della legge sabatica, ma la legge è a servizio dell’uomo. Il figlio dell’uomo (comunque si intenda questa frase) è padrone del sabato.
Il perché è profondo: la misericordia è superiore al sacrificio. La posizione di Gesù è liberante.
Tra le molte cose, in questa frase, noi possiamo collocare anche la domenica cristiana.
La misericordia del Padre, di domenica, ci chiama a gustare non tanto il “sacrificio” della Messa, ma la misericordia di Dio che si esprime nel parlarci e nell’offrire Gesù. Non precisamente il Gesù sacrificato, ma il Gesù risorto e vivente.
Quando lo Spirito ci colloca nel piano di Dio, incontriamo la misericordia. Quando rasentiamo la terra del dominio dell’uomo, incontriamo il sacrificio.
20.07.18

Gesù e gli stranieri

Gesù e gli stranieri
Accoglienza sì, accoglienza no. Vescovo o Salvini?
A parte la rozzezza delle frasi a favore del sì o del no, credo che sia necessario che le affermazioni siano sempre accompagnate dai perché e dai come. Per quali motivi si affermano. Soprattutto come realizzare per rispettare la dignità dell’accogliente e dell’accolto, o del rifiutante e del respinto.
Comunque si tratta di uomini, di persone, sia in chi accoglie o rifiuta, sia in chi è accolto o rifiutato. Affinché in tutti sia ridestato il senso umano del vivere.
Gesù si era trovato in una situazione analoga davanti allo “straniero” (per il greco: ksenon). Egli aveva dichiarato beato chi accoglieva lo “straniero” perché nello straniero accolto c’era lui, Gesù. Per un giudeo lo straniero più accanto era il samaritano. Gesù accoglie così bene un samaritano da indicarlo come colui che è “prossimo” vicino, più vicino del sacerdote e del levita.
Eppure i samaritani non mostravano grande simpatia per quelli di Gesù, che volevano incenerire le città samaritane, addirittura con un fuoco dall’alto, ossia da Dio. Gesù però richiama i suoi a uno “spirito” di accoglienza, di tolleranza, di non vendetta verso gli stranieri.
Anche per Gesù e per i suoi, il rapporto con gli stranieri samaritani non era liscio. Eppure Gesù parla e benefica la donna samaritana, che egli incontra presso il pozzo. Il risultato della bontà del modo di trattare la straniera lo si vede: “molti samaritani di quella città credettero in lui… e lo pregavano di rimanere presso di loro”: lui, uno straniero per loro, samaritani!
22.07.18

Sositamo nell’atrio

Sostiamo nell’atrio
È ormai moneta corrente che l’Antico Testamento era gravido di Cristo. Lo dice Gesù: di me hanno parlato… Lo scrive Paolo, che vede nella Legge antica il pedagogo che conduce a Gesù.
Sotto questo aspetto, anche tutto il Testamento Antico è una specie di simbolo anticipato della persona e dell’opera di Gesù.
Gesù, nel colloquio con la donna samaritana, supera la centralità del tempio di Gerusalemme, perché è arrivato il momento di adorare Dio in Spirito e Verità. È il superamento del fatto religioso del tempio, per elevarsi al livello della fede. Una fede che non distrugge la religione, bensì la inquadra in una nuova cornice esistenziale. Il velo del tempio è squarciato per guardare oltre, ma non è distrutto. Allora anche il tempio di Gerusalemme diventa un simbolo, attraverso il quale incontrarci con l’oltre.
Chiaramente il Vangelo stesso accenna alla struttura edilizia del tempio: atrio (diviso in vari settori) e il Sancta Sanctorum, l’intimo del tempio, accessibile a pochi, dove risiede lo “splendore” di Dio.
Fino al presente la recita dei salmi è sì una bella preghiera, di fronte alla quale la preghiera di Gesù nel Cenacolo è di altra profonda struttura. Eppure sono pieni di gioia i salmi che accompagnano i pellegrini verso il tempio, dove essi devono fermarsi “sugli atrii”. Ebbene i Salmi li dico come un pellegrino, arrivato negli atri, in prossimità del punto centrale. Il mondo è l’atrio, pieno di Dio, nel quale sono prossimo al totale contatto con Dio.
17.08.18

Messa e universo

Messa e universo
Il Padre, nel suo amore, concede all’uomo di unirsi al suo figlio, in maniera particolare nel fare la messa. Anche la messa quotidiana.
Ogni preghiera cristiana, non si confina in colui che prega. Non può confinarsi in chi prega Gesù, e quindi nel Padre. Il sacerdote non si ferma dentro la sua messa, ma compie sempre un’azione cristica, cattolica, mondiale. Nella messa si “concentra” il mondo, in quanto esso per natura, è una continua grazia e dono di Dio, e quindi è ringraziamento a Dio con il suo semplice esistere. Il mondo ha “diritto” alla preghiera, nella messa.
Non soltanto il popolo cristiano ha diritto alla messa e non ne può essere privato, ma la stessa creazione abbisogna della preghiera.
Sottrarre la messa alla comunità cristiana, è qualche cosa che assomiglia a una lesa maestà. Già il radunarsi dei credenti per la cena, come scrive S. Paolo, è far chiesa e messa. L’attuale disciplina giuridica, che richiede un “ministro ordinato”, può esser confrontata e interpretata secondo il Vangelo o secondo le lettere degli apostoli.
Le comunità cristiane primitive avevano un anziano autorizzato dall’apostolo, a fare la cena del Signore. Gesù non ha creato i seminari, ma si è circondato di dodici uomini, che imparassero dalla vita e dalla parola di Gesù, a indirizzarsi al Padre. Gli apostoli “imponevano le mani”, per autorizzare a continuare l’opera di Gesù, non a seminaristi, ma a credenti.
20.07.18

Ascolto

Ascolto
Luca ci descrive Gesù, il quale dopo la preghiera di contemplazione, dopo aver scelto i dodici (incluso Giuda il traditore), si recò in pianura e lì molta gente lo incontrò. Una moltitudine, che già aveva il sentore di chi era Gesù. Infatti l’evangelista nota: “per ascoltarlo e per essere guarita da malattie”. Aveva quindi imparato che l’incontro con Gesù si inizia dall’ascolto. Prima Gesù, poi le nostre giuste necessità. È questa la logica insita nel Padre Nostro.
Nelle nostre necessità non è errato il ricorrere a Gesù, ma l’ascolto deve anticipare la richiesta. Così ci riesce più agevole il pregare di ricevere il suo Spirito, che può agire poi in noi, secondo la sensibilità di Dio.
La grazia, che chiediamo, deve prima di tutto, essere la “sua” grazia, quella che ci aggancia a lui, perché solo agganciati a lui, può scorrere da lui in noi il suo Spirito.
Abituati alla sua grazia, comprendiamo, o intuiamo, ciò che lui ha piacere di compiere in noi, proprio perché possiamo fare l’opera di Dio, che è la fede di abbandono in Gesù.
Ascoltarlo prima di essere guariti, anche perché l’ascolto è guarigione e inizio di ogni guarigione.
E poi, l’ascolto è agevole: basta non turarci le orecchie, create per l’ascolto, o non chiudere gli occhi davanti alla lettura del Vangelo, che il Padre ha voluto fosse scritto per i suoi figli, prevedendo l’invenzione della stampa. Orecchie e occhi per la parola di Dio!
15.08.18